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IL CAS0 SUDAFRICANO: MODELLO O SUGGESTIONE - Dibattito

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CONVEGNO 2004: RELAZIONE - DIBATTITO

Domanda. Vorrei avere qualche informazione su processi analoghi a quello sudafricano. In America latina è prevalso lo schema del “perdono e oblio”, secondo il quale bisognava dimenticare e perdonare. Coloro che avevano commesso le violazioni dei diritti umani hanno potuto tacere la verità, per il semplice fatto che hanno potuto ottenere l’amnistia senza confessare nulla. (MAURO)

Risposta. Nel lavoro della nostra Trc, abbiamo avuto l’impressione che la Chiesa vedesse in noi una sorta di coscienza della società. Le commissioni per la verità create in alcuni paesi del continente latinoamericano sono state molto diverse da quello che noi abbiamo voluto per affrontare la nostra esperienza storica. Infatti, il loro lavoro si è compiuto nel segreto delle aule; solo i rapporti finali sono stati resi pubblici. Da noi, invece, quasi tutto si è svolto alla luce del sole, anche per merito dei media, che hanno seguito tutte le sedute; in questo modo la nazione intera si è confrontata con la propria storia. In America latina la scelta dell’amnistia non aveva alcuna relazione col lavoro svolto dalle commissioni per la verità; si trattava di due processi separati. La nostra esperienza, invece, si è caratterizzata proprio per aver unito l’amnistia al racconto della verità, mentre, come si è visto in America latina, ci può essere un tipo di amnistia che include l’impunità. Se io, ad esempio, sono stato un torturatore e in una grande sala come questa, devo raccontare tutto quello che ho fatto, mi rendo conto sì di ricevere alla fine, forse, l’amnistia, ma ancor di più, che sto denunciando pubblicamente, davanti a tutta la nazione, i delitti che ho commesso.  E ciò significa che i miei figli e nipoti sapranno che il loro padre o nonno è stato un torturatore. Se è vero allora che i responsabili delle violenze non vengono puniti con il carcere, sicuramente il racconto della loro storia provoca nell’opinione pubblica una grande consapevolezza. In Argentina, alcuni amici mi hanno spiegato che quando le persone dicono “giustizia” intendono vendetta. Il problema è capire con quale memoria ci relazioniamo. C’è n’è una distruttiva in cui continua a vivere quel veleno che prepara i conflitti del domani. Esiste però un altro tipo di memoria,  che viene ricordata nelle Scritture, secondo le quali il bene nasce dal male e la vita dalla morte. Solo così possiamo uscire dalla distruttività di quella memoria che, in molti casi, spinge i nonni a ricordare ai nipoti quanto è successo, ma in modo che quegli stessi nipoti, alla fine, siano portati ad odiare, a riproporre lo stesso loro rancore. In America latina c’è questa memoria negativa che mette del veleno nella società, perché non ci si è resi completamente conto della necessità di tale processo.

Domanda. Volevo sapere chi in Sudafrica ha iniziato questo viaggio del cuore. Se è vero che è stato proposto da persone come Nelson Mandela o Desmond Tutu, credo, però, che anche il popolo sudafricano avesse questa attitudine ad accettarlo, ad accoglierlo. (GIUSI)

Risposta. Ci sono leader che portano le persone dove queste non vogliono andare, così come ci sono quelli che rispondono ai sentimenti più negativi della loro gente. Mandela è stato il prodotto della lotta del suo popolo. In questo senso era ed è un leader. Ma ci sono molti Mandela nei diversi ambiti della società. Non ho dubbi che avremmo potuto ottenere la libertà politica molto prima se avessimo detto: “Il nostro nemico è il colore della pelle”. Invece, per nostra fortuna, abbiamo avuto  leader che ci hanno detto che il problema non è il colore, è il sistema. Mandela, già nel ’95, aveva affermato che, nel nuovo Sudafrica, bianchi e neri avrebbero dovuto vivere insieme. Avevamo chiaro non solo contro che cosa stavamo lottando, ma soprattutto per che cosa lo stavamo facendo. Spesso nelle battaglie le persone sanno contro chi stanno battendosi, ma non sanno individuare lo scopo del loro sacrificio. Molti anni fa, l’attuale presidente sudafricano Thabo Mbeki mi raccontò che, in occasione di un incontro con l’arcivescovo di Canterbury, quest’ultimo cercava di capire i motivi della lotta sudafricana. E alla fine dell’incontro l’arcivescovo gli disse: “Ho capito qual è il cuore di questa lotta. É la volontà di sacrificarsi per la libertà”. I sudafricani stavano dicendo a tutti i popoli del mondo: “Non vi chiediamo di liberarci, ma di stare con noi. Noi ci libereremo, ci sacrificheremo, se è necessario, però voi cercate di camminare accanto a noi”. Questo fatto, credo, catturò l’immaginazione del mondo.

Domanda. C’è un brano di un anonimo del lager di Ravensbruck che mi pare possa essere preso come anticipazione di quello che è avvenuto poi in Sudafrica. Dice: “Pace agli uomini di cattiva volontà/ e fine di ogni vendetta/ e di tutti i discorsi sul castigo e sulla punizione. /[…] Con solo il bene, non il male!/ E nel ricordo dei nostri nemici/ non vogliamo sopravvivere come vittime,/ né come incubi e terribili fantasmi/ ma venire in loro aiuto/ affinché possano rinunciare alla loro follia”. Inoltre, già Marshall McLuhan diceva che nel villaggio globale avverrà quello che succede oggi in una comunità di indios: tutti conosceranno e tutti concorreranno a trovare la soluzione del conflitto. Ma in questo momento vediamo che c’è piuttosto una propensione a dar la caccia ai terroristi. Mi chiedo se vincerà la tendenza a sentirci non innocenti, ma bisognosi di perdonare e di ricevere il perdono, oppure se persisterà una volontà manichea di ritenerci giusti e quindi di poter punire i colpevoli di turno. (ARNALDO)

Risposta. Vorrei ricordare che McLuhan ha affermato anche che i media sono il messaggio. Allora dovremmo chiederci quale tipo di messaggio la Cnn e la Bbc stanno trasmettendo sulle loro reti: è il messaggio di coloro che stanno perpetrando la guerra. Al Jazeera, invece, trasmette quello che la gente sta soffrendo. Abbiamo sì visto le immagini delle vittime delle torture, ma forse dovremmo domandarci che cos’è in sé una guerra, se non un’immensa, lunga, disumana tortura.

Come ho capito dalla mia esperienza diretta, i cambiamenti reali arrivano solo quando una persona si confronta con l’umanità dell’altra. Alcuni giorni fa partecipavo ad una conferenza. In quest’occasione venne fuori una storia particolarmente significativa. Riguardava un gruppo di persone che avevano militato nell’Ira, la formazione armata che si era battuta per l’indipendenza dell’Irlanda del nord dal governo britannico. Una di queste era stata responsabile della bomba destinata a colpire l’allora primo ministro inglese Margaret Thatcher, ma che invece aveva  causato la morte di civili innocenti.

La figlia di uno di questi, per dare un senso a ciò che era successo al padre, aveva cercato di incontrare chi aveva messo la bomba, per iniziare con lui un cammino di riconciliazione. Il responsabile dell’atto criminoso voleva che lei capisse perché aveva fatto parte dell’Ira, così come lei voleva capire perché quell’uomo aveva ucciso il padre. Parte di quel cammino aveva a che fare anche con la comprensione di che cosa gli inglesi avevano fatto agli irlandesi durante i secoli di colonizzazione dell’Irlanda. Quindi, se si inizia a camminare su questa strada, si comincia a capire  le ragioni delle vittime e il modo in cui si è riprodotto questo circolo vizioso della violenza senza fine. Se vogliamo parlare della guerra contro il terrorismo, dobbiamo vedere le azioni compiute dai responsabili di questi atti, ma anche domandarci che cosa porta le persone a trasformarsi in terroristi. Come possiamo allora parlare di pace se non nominiamo la necessità urgente di riconciliazione tra il Nord e il Sud del mondo, tra quelli che hanno e quelli che non hanno? Ci potrà essere una vera, autentica sicurezza, solo se sarà garantita per tutta la famiglia umana. O non ci sarà per nessuno.

Domanda. Vorrei sapere se l’esperienza sudafricana ha qualcosa in comune con quella della Namibia. Uno psicologo rwandese affermava che sui problemi qui sollevati, nel suo paese, si può ravvisare una qualità morale diversa rispetto a quella occidentale. (GABRIELE)

Risposta. Come sarebbe stata la storia della Germania se i tedeschi avessero potuto denunciare la loro vergogna e la loro colpa? Se poi andiamo a vedere cosa è successo in Sudafrica con l’occupazione britannica, cosa avrebbero fatto gli afrikaner se avessero avuto la possibilità di denunciare quanto era successo a loro? Sarebbe mai nato l’apartheid? Quando parliamo della politica di una nazione, dobbiamo anche considerarne la psicologia. Ed è chiaro che, da questo punto di vista, in Namibia c’è un problema irrisolto che riguarda il movimento di liberazione di questo Paese.

Così anche nello Zimbabwe; in alcune regioni c’è un passato con cui non si è finito di fare i conti e che continua ad infettare il presente. Può cambiare il presidente del Paese, ci può essere anche un nuovo governo, però la nazione ha dentro lo stesso tipo di veleno, e le vittime di ieri rischiano di diventare domani i nuovi carnefici. Dobbiamo risolvere questo problema. Ai livelli più profondi, gli esseri umani sono uguali: hanno gli stessi sentimenti, la stessa bellezza, ma anche la stessa capacità di essere orribili.

Quindi c’è un elemento che unifica le realtà del Rwanda, del Burundi e di molti altri Paesi: quello di fare i conti col proprio passato. Credo che questi Paesi riusciranno a guarire solo se la popolazione, più che i suoi leader, verrà coinvolta  Sappiamo che la memoria della società porta dentro di sé le cause dei conflitti anche per centinaia di anni, se il veleno non è espulso e la ferita risanata.

 

Domanda. Le parole verità e riconciliazione sono spesso accompagnate da altre due: giustizia e perdono. La priorità, però, è stata data alla verità, cioè al fatto che il colpevole si assuma la responsabilità di aver commesso un crimine. Ma per Desmond Tutu il perdono ha un ruolo fondamentale per un’effettiva riconciliazione. Come è possibile allora una riconciliazione, se non si arriva ad ammettere lo sbaglio compiuto e a chiedere perdono? Nelson Mandela, quando era attivo nell’Anc, era stato tra i promotori di un’ala armata del movimento, che compì anche atti terroristici. Quindi la violenza è stata parte della lotta per la libertà della maggioranza nera. (NADIA)

Risposta. É molto importante distinguere tra amnistia e perdono. Alcune volte queste parole sono utilizzate come sinonimi, ed è un errore. L’amnistia è un processo giudiziario, legale, dove le persone dicono tutta la verità. Però nel cuore umano c’è un altro tipo di processo, che interessa il colpevole del reato e le sue vittime: è il modo in cui questo sceglie di compiere il viaggio del perdono. Per ottenere l’amnistia non devi essere pentito. Molti esseri umani trovano il perdono difficile, doloroso e complesso. Si tratta di una scelta e, quando effettivamente viene fatta propria, è una liberazione, e rende libere entrambe le parti. Quindi, c’è in primo luogo una responsabilità del carnefice, che dice: “Per favore, mi vuoi perdonare?”. Ma nella vita reale, il viaggio del perdono può essere iniziato dai criminali o dalle vittime. E spesso le vittime fanno la scelta di porgere la mano ai loro carnefici. Vogliono essere libere di continuare a vivere bene con la propria vita. Qualche volta le persone non perdonano perché vogliono continuare a vivere come vittime; diventa una loro modalità di vita. In altri casi, le persone non possono cominciare il viaggio del perdono fino a quando  quello che è successo a loro non sia stato riconosciuto. Quando sono arrivato in Sudafrica ero un pacifista convinto. Non era molto normale esserlo, sia per i cattolici sia per gli anglicani, in quanto queste Chiese hanno alle spalle una lunga storia di “guerre giuste” e di ingiustizie. Pensavo che sarebbe stato possibile trovare giustizia senza la violenza ed in modo nonviolento. Avevo letto Gesù di Nazaret e Gandhi. Dicevo agli studenti neri del Sudafrica: “Se siete cristiani non userete la forza delle armi per affermare i vostri diritti”. Dicendo questo, ricevevo l’approvazione del  governo. Agli studenti bianchi, invece, dicevo: “Se siete cristiani non userete la forza delle armi per togliere ai cittadini i loro diritti”. Questo veniva considerato illegale, così come lo era dire ad un bianco di non entrare nell’esercito. Questi discorsi erano considerati sediziosi. Quando lo Stato usava la violenza contro la maggioranza, la chiamava “difesa della legge e dell’ordine”. Invece era terrorismo di Stato. Quando i neri presero le armi, quell’azione venne identificata con “violenza e terrorismo”. L’uccisione di alcuni ragazzini a Soweto cambiò il mio modo di pensare. Mi aveva turbato il fatto che chi aveva ucciso i bambini leggeva la bibbia tutti i giorni ed andava in Chiesa ogni domenica.

Quell’episodio mi portò ad una conclusione molto dolorosa: che le persone avevano il diritto di difendersi. Avevo letto la storia dell’Anc. Per 60 anni aveva chiesto: “Parliamo, negoziamo!” E la risposta era stata sempre la stessa: morte, uccisioni, tortura. Come sudafricani siamo andati avanti più di qualsiasi altro popolo prima di prendere le armi. Mi ricordo un poema scritto da un militante antiapartheid: in esso si parlava della tristezza dei giovani soldati bianchi mandati ad uccidere i neri. Questo è un fatto straordinario perché in guerra si è portati a disumanizzare l’altro. Come pacifista, quando mi sono convinto che la lotta armata era diventata necessaria, non ho mai romanticizzato la violenza. Ma se c’è mai stata una lotta giusta, è stata quella del popolo del Sudafrica.

Domanda. Mi interessava conoscere qualcosa sulla reazione delle Chiese ultraconservatrici, soprattutto di matrice olandese, nei riguardi di questo processo della verità e riconciliazione. (ROMEO)

Risposta. Alcuni membri della Chiesa Riformata Olandese si sono scusati per il ruolo da essa svolta a sostegno dell’apartheid, anche se credo che molti bianchi sudafricani stiano ancora rifiutando di fare i conti col loro passato.

Alcuni dei miei amici tedeschi mi dicevano che ci è voluta una generazione prima che il loro popolo cominciasse a riflettere su quanto è accaduto nella seconda guerra mondiale e sulle loro responsabilità. Oggi in Sudafrica molti giovani bianchi stanno lottando contro quello che la generazione dei loro genitori ha fatto; e questo è molto difficile, perché le persone preferiscono negare piuttosto che confrontarsi con i sentimenti della vergogna e della colpa.

Domanda. Cinque anni fa una delegazione della Pax Christi Italiana è andata in Guatemala e in Salvador per l’anniversario dell’assassinio di mons. Gerardi che presentò il rapporto “Nunca mas” due giorni prima di essere ucciso. In Salvador abbiamo visitato la Uca dove sono stati assassinati sei gesuiti e due donne, e dove è vissuto mons. Romero. Mentre in Sudafrica c’è stata una discussione sul ruolo avuto dalle varie Chiese nel sostenere il sistema dell’apartheid, ciò non è avvenuto né in Guatemala né in Argentina, dove la gerarchia è stata corresponsabile dei crimini e delle uccisioni. (SALVATORE)

Risposta. Penso che sia sbagliato generalizzare. Quando ero in Argentina, alcuni giorni fa, ho avuto modo di parlare della complessità della Chiesa e ho chiesto ai miei interlocutori: “Ma voi pensate che tutta la Chiesa abbia appoggiato la dittatura?”. Hanno risposto di no, perché ci sono stati quelli che si sono opposti e per questo sono stati uccisi.

Ho inoltre chiesto il loro parere sul ruolo che il Vaticano ha avuto in America latina nel rimuovere i leader religiosi progressisti sostituendoli con altri che dimostravano maggiore apertura verso i governi conservatori. Negli anni ’80, la Chiesa del Sudafrica, la cattolica, l’anglicana, quella presbiteriana, ha svolto un grande ruolo nella nostra lotta, perché i leader dell’opposizione politica e sociale erano stati tutti imprigionati nelle isole o esiliati.

La Chiesa in America latina era la voce del popolo. Entrò in crisi quando si instaurò un ordine democratico; non sapeva come esprimere una solidarietà critica. Se aveva tutto il diritto e il dovere di opporsi ad un governo illegittimo, non così poteva essere con quello eletto dalla maggioranza del popolo sudafricano. Perché era anche il “suo governo”. Così la Chiesa è maturata, mentre il governo sta ancora cercando di capire qual’è il suo ruolo nella nuova società. Sono convinto che in America Latina la guarigione arriverà anche attraverso i processi giuridici. Sono importanti, ma non dobbiamo dimenticare che ci sono anche processi ai sentimenti della nazione che invocano un percorso spirituale, psicologico e emotivo. É questa la porta da cui passa la guarigione della memoria.              



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