Giovanni XXIII, il Papa del Concilio
La rubrica “Concilio e missione” sarà dedicata quest’anno ai protagonisti del Concilio Vaticano II (1962-1965), in primo luogo i Padri conciliari, per la prima volta confluiti a Roma da ogni parte del mondo, anche dai cosiddetti “paesi di missione”. Dopo la rilettura dei principali documenti conciliari in chiave missionaria, firmata a turno dal saveriano Franco Sottocornola e dalla saveriana Maria A. De Giorgi, della Casa di preghiera e Centro di dialogo interreligioso “Shinmeizan” (Giappone), la rubrica ci guiderà alla conoscenza di alcuni Padri conciliari dei cinque continenti, che hanno vissuto personalmente e interpretato pastoralmente nel loro ministero lo spirito del Concilio, obbedendo ai “segni dei tempi”. La prima puntata della rubrica non poteva che essere riservata a Giovanni XXIII, il Papa che annunciò e indisse il Concilio. Il suo ricordo è affidato a mons. Capovilla, che ne fu il segretario. Mentre cediamo la parola all’arcivescovo Capovilla, ci è gradito esprimere il nostro più sentito ringraziamento a p. Franco Sottocornola e a Maria A. De Giorgi per la preziosa collaborazione offerta a MO durante il 2009.
Il Concilio, la cifra del pontificato di Giovanni XXIII
“Mi chiamerò Giovanni”. Questo il nome da Papa di Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia. Doveva essere “un Papa di transizione”, dopo il lungo pontificato di Pio XII, si rivelò invece un Papa degno di passare alla storia, non tanto per le sue visite ai bambini e agli infermi negli ospedali o ai detenuti nelle carceri, ma soprattutto per l’indizione del Concilio.
Annunciato di sorpresa il 25 gennaio 1959, preparato durante tre anni, inaugurato l’11 ottobre 1962, il Concilio appare l’iniziativa più importante di Papa Roncalli, anche nelle riflessioni da lui scandite nell’immediata vigilia, allorquando ringraziava Dio dei doni elargiti “a chi ha poca stima di se stesso, ma riceve le buone ispirazioni e le applica in umiltà e fiducia. […]. Farmi apparire come semplici ed immediate di esecuzione alcune idee, per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vast a portata e responsabilità in faccia all’avvenire e con successo. […]. Il primo ad essere sorpreso di questa mia proposta [del Concilio], fui io stesso, senza che alcuno mai me ne desse indicazione. E dire che tutto poi mi parve così naturale nel suo immediato svolgimento. Dopo tre anni di preparazione, laboriosa certo, ma anche felice e tranquilla, eccoci ormai alle falde della santa montagna”.
Si avverte in queste parole di Papa Giovanni l’evidente derivazione biblica: il fiducioso cammino dell’uomo verso la liberazione, l’obbedienza del condottiero chiamato ad ardua impresa, la fede del profeta, la certezza di una risposta divina alle attese dell’umanità. Dall’annuncio del 25 gennaio 1959 sino all’indizione propriamente detta di Natale 1961, nella laboriosa parentesi delle fasi antepreparatoria e preparatoria, il Papa moltiplicò in proposito la sua catechesi, compendiata nelle tre articolazioni, che segnalavano il cammino dell’evento ecclesiale, come verrà precisato nel discorso di apertura dell’11 ottobre 1962:
- a) promuovere il rinnovamento interiore della cattolicità;
- b) porre i cristiani dinanzi alla realtà della Chiesa di Cristo e dei suoi compiti istituzionali;
- c) sollecitare i vescovi, coi loro presbiteri e laici, a sentirsi collegialmente corresponsabili della salvezza di tutti gli uomini e a farsi carico di tutti i loro problemi, affinché l’assise conciliare si rivelasse veramente ecumenica.
È solo l’aurora!
A metà del secolo XX, in apertura dell’assise ecumenica, Giovanni XXIII, per nulla scoraggiato, non sprovveduto, né temerario, non illuso né buonista, additò ai vescovi e conseguentemente agli uomini e donne di buona volontà la stella della speranza per il rinnovamento dell’evangelizzazione nel senso del discorso della montagna:
“Inizia il Concilio, adolescenza di un giorno esuberante di luce per la Chiesa. È solo l’aurora, e già i primi raggi del sole nascente come soavemente carezzano l’animo nostro. L’aria è santa qui, percorsa da brividi di letizia. Prende vita sotto i nostri sguardi la celestiale visione dell’apostolo Giovanni (cf. Ap 1,20): ‘Voi siete come stelle luminose nella maestà di questo tempio; e della vostra luce si adornano le chiese a voi affidate che splendono come candelabri d’oro attorno al sepolcro del Principe degli apostoli’ (Allocuzione di apertura del Concilio, Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962)”.
Questo si aspettava Papa Giovanni dal Concilio: la rianimazione della fiducia all’interno della Chiesa, l’obbedienza piena alle divine ispirazioni nella fedeltà al deposito della rivelazione, l’incremento della fede suscitatrice di ardimento apostolico. Per Papa Giovanni il Concilio era solo l’aurora di un’altra Chiesa, che lui non avrebbe visto. Apparteneva, infatti, alla stirpe dei profeti chiamati ad annunciare ciò che non pretendono di raggiungere e non vedranno coi loro occhi.
Due “segni dei tempi”: la misericordia e l’aggiornamento
Il “segno dei tempi” del Concilio voluto da Papa Giovanni fu l’abbandono degli anatemi:
“La Chiesa preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che rinnovando condanne” (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962).
Un altro “segno dei tempi” fu accettare il confronto con la storia, attraverso l’aggiornamento, cioè il rinnovamento nella fedeltà alla tradizione. La sola fedeltà infatti ridurrebbe la Chiesa a museo; il solo rinnovamento condurrebbe all’anarchia. Per questo, inaugurando il Concilio, ebbe a dire: “È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando a esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata” (Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962). Mai un Concilio aveva prestato tanta attenzione anche alle sfide del tempo.
L’ottobre del 1962 vede Papa Giovanni protagonista non solo sul fronte della Chiesa, inaugurando il Concilio, ma anche sul fronte del mondo, scongiurando con pressanti appelli alla pace l’esito più nefasto della crisi di Cuba. Risale a questo tempo anche l’idea di un’enciclica sulla pace rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, la Pacem in terris, che vedrà la luce il 31 marzo 1963, pochi mesi prima della morte (3 giugno).
Giorni prima aveva confidato al suo segretario: “Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica [...].
Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.
Un Concilio missionario
Grazie a Papa Giovanni, nel cui petto esultavano le aspirazioni e le illuminazioni dei suoi immediati antecessori, di vescovi e di teologi, di uomini e donne timbrati a fuoco dalla Parola rivelata, oggi noi sappiamo, meglio di ieri, chi siamo e dove siamo diretti: Lumen gentium; quale lingua dobbiamo parlare e quale messaggio diffondere: Dei verbum; come e con quale intensità pregare: Sacrosanctum concilium; quale atteggiamento tenere dinanzi ai problemi e ai drammi dell’umanità contemporanea: Gaudium et spes.
Sono i quattro pilastri che sostengono l’edificio della rinnovata teologia pastorale ed incoraggiano ad ascoltare la voce di Dio, a rivolgersi a Dio come figli; ed obbligano a dialogare con tutte le componenti della famiglia umana.







