Skip to main content
Condividi su

GESÙ INNALZATO DA TERRA

In Gv 12,23-32 Gesù reagisce alla richiesta di poterlo vedere da parte di alcuni greci per la mediazione di Filippo e Andrea (12,20-22). Nella sua risposta, Gesù ricorre a due immagini missionarie: quella del chicco di grano caduto in terra (v. 24) e quella dell’innalzato da terra (v. 32). Il movimento descritto nei due casi è speculare: essere innalzato da terra forma un sorprendente contrasto con l’essere sepolto nella terra. Tanto con l’immagine del chicco di grano (v. 24), quanto con quella dell’innalzato (v. 32), Gesù parla di sé e descrive la propria morte: dopo essere stato innalzato sulla croce, sarà deposto nella terra. Solo attraverso la sua morte e al di là di essa il desiderio dei greci si realizzerà: il “molto frutto” prodotto dal chicco di grano consegnato alla terra (12,24) e i “tutti” attirati all’innalzato (12,32) rimandano alle moltitudini dei gentili che un giorno si accosteranno a lui e che sono raffigurate dai greci che hanno interpellato Filippo. Dopo aver esaminato (nel numero scorso) l’uso che Gesù fa dell’immagine del chicco di grano, ci concentriamo ora sull’altra.

Gesù innalzato da terra: due livelli di significato

Per quale ragione chi è innalzato sulla croce dovrebbe attirare tutti a sé? Il verbo hypsoô (“innalzare, esaltare”) è uno dei tanti termini a doppio livello di significato che l’evangelista Giovanni ama in modo particolare. Usato nella forma passiva esso significa “essere sollevato in alto”, ma anche “essere esaltato”.

Il primo livello (quello materiale, superficiale) si presenta come un riferimento al tipo di morte che Gesù subirà, come spiega l’evangelista in 12,33: Gesù finirà la sua esistenza sollevato in alto, su una croce. Il secondo livello (quello profondo, spirituale o trascendente) rimanda al fatto che sulla croce Gesù è esaltato, è collocato in una posizione autorevole, è elevato su un trono regale. L’evangelista ama giocare su due registri (superficiale e profondo): se, da un lato, Gesù in croce è sollevato da terra e issato su un palo, dall’altro, il crocifisso è colui che Dio ha esaltato, collocato in una posizione eccelsa e regale. Il vocabolario dell’innalzamento non compare per la prima volta in questo testo, nel Vangelo di Giovanni: Gesù lo ha già impiegato in 3,14 e 8,28.

A Nicodemo, ha detto che la vita eterna si ottiene soltanto quando si crede nel Figlio dell’uomo innalzato sulla croce (Gv 3,14): l’innalzato ha dunque il potere di dispensare ai credenti il dono della vita divina. Ai giudei, ha detto che, nel momento in cui il Figlio dell’uomo sarà innalzato sulla croce, sarà svelata (s’intende agli occhi di chi crede) la sua unità col Padre: un’unità tale che egli può portare il nome divino “Io sono”, quel nome che Dio rivelò a Mosè al roveto ardente (Es 3,14).

Per questo la croce è un trono: perché, solo installato su di essa, Gesù può svolgere la funzione tipicamente regale di provvedere al bene dei suoi sudditi e di fornire loro il necessario per vivere, o meglio la vita stessa (3,14); perché, solo nel momento in cui è inchiodato su di essa, Gesù svela pienamente la sua natura divina, significata dal nome “Io sono” (8,28).

Il crocifisso è la manifestazione estrema dell’amore di Dio

Non abbiamo, però, ancora chiarito la ragione per cui dalla croce l’innalzato attira tutti a sé. Per Gv essa consiste nel fatto che sulla croce Gesù diventa la massima trasparenza del Padre. Il volto misterioso di Dio, quel Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18; 1 Gv 4,12) e che nessuno può conoscere, si rende manifesto con una chiarezza estrema in colui che è innalzato sulla croce.

Come potrà, un giorno, dire Giovanni che “Dio è amore” (1 Gv 4,8)? Soltanto perché così si è manifestato nella croce di Gesù.

La frase che sintetizza l’essenza stessa di Dio (Deus caritas est) è semplicemente una meditazione sul crocifisso. Quando il crocifisso viene contemplato per quello che è, e cioè per la suprema manifestazione del volto di Dio come agape, allora da lui si sprigiona una immensa forza di attrazione. Chi contempla l’uomo della croce riconoscendo in lui il volto del Padre, quale volto d’amore manifestato nel dono del Figlio, è potentemente attirato da quello spettacolo come da una calamita. Quando sarà innalzato da terra Gesù attirerà tutti a sé, perché la sua croce – il suo innalzamento su un palo – è la manifestazione estrema dell’amore di Dio per il mondo e la rivelazione assoluta che la natura di Dio è l’amore.

Il crocifisso da solo non basta: ha bisogno di testimoni

Basta guardare un uomo crocifisso per essere attirati a Dio? Basta guardare un crocifisso appeso ad un muro? Davvero l’innalzato attira tutti a sé, per il semplice fatto di stare in croce?

Il Vangelo di Gv insiste sul ruolo che hanno i testimoni, perché nella storia concreta delle persone e delle comunità si realizzi questa attrazione al crocifisso. L’uomo della croce non attira magicamente. Contemplato con il puro sguardo della carne egli potrebbe semplicemente essere annoverato nella galleria degli orrori compiuti dall’umanità. Solo la voce di un testimone, e di una comunità che testimonia, può aprire il cuore degli uomini alla comprensione di cosa realmente significhi quella croce e Colui che vi è appeso. Prima dell’episodio che stiamo commentando, il QV si è interessato già in un’altra occasione ai greci, i quali rappresentano (in Gv come in Paolo) la totalità dei gentili (non solo quelli che hanno il greco come madrelingua).

La prima menzione dei greci nel QV si trova, infatti, in Gv 7,35: “Allora i giudei dissero gli uni agli altri: ’Dove sta per andare costui, visto che noi non lo troveremo? Forse che sta per andare in diaspora tra i greci per insegnare ai greci?’”. In 7,33-34 Gesù ha pronunciato una parola misteriosa con cui ha fatto velatamente allusione alla sua morte e – congiuntamente – all’impossibilità per l’interlocutore di trovarlo e di seguirlo; i giudei l’hanno capita come annuncio di una sua prossima partenza… per l’estero! “Sta forse per andare nella diaspora ebraica tra i greci?” si domandano perplessi in 7,35. La loro ipotesi è che Gesù stia pianificando un lungo viaggio nei territori fuori dalla Palestina, in cui gli ebrei si trovano da lungo tempo in diaspora, al fine di insegnare ai greci: un progetto in cui essi certamente non lo potrebbero seguire e una collocazione in cui non lo potrebbero più trovare.

Come sempre nel QV, il fraintendimento veicola anche in questo caso una verità inconsapevole: senza volerlo, questi giudei stanno profetizzando che in futuro Gesù insegnerà tra i greci. Nella congettura di un insegnamento ai greci abbiamo, in effetti, una velata allusione alla diffusione del Vangelo tra i gentili nel tempo successivo alla Pasqua. Con l’andare al Padre di Gesù (cioè, con la sua morte) è accaduto proprio questo: Gesù, il messia giudeo, è arrivato nelle regioni della diaspora giudaica nel mondo greco e là ha raggiunto con il suo insegnamento anche dei cristiani provenienti dalle genti.

E questo come innalzato in croce che, attraverso la parola dei testimoni (di cui è sublime espressione lo stesso “Vangelo secondo Giovanni”), istruisce quelli che un tempo erano gentili.

Il “Tutto” che attira tutti a sé

In Gv 7,35 i giudei ci offrono, senza volerlo, un quadro magnifico di come il QV pensa la missione ad gentes. Essa consiste precisamente in un’opera di insegnamento. Tale insegnamento è di Gesù, anche se materialmente sono i suoi discepoli a compierlo. Davvero, Gesù ha finito per istruire anche i greci: lo ha fatto per mezzo della sua comunità, che ha tradotto il Vangelo nella lingua parlata dagli uomini di quella città in mezzo alla quale si trovava a vivere. Non si dimentichi, infatti, che la comunità di Giovanni si trasferì ad Efeso e che in quella città greca fu scritto, in greco, il Vangelo.

Questo insegnamento tra i greci potrà realizzarsi solo dopo la morte di Gesù.

Non si tratta soltanto di una successione cronologica, per cui la missione può cominciare solo dopo la Pasqua; si tratta di una condizione di possibilità: solo la morte di Gesù ha la forza di attirare gli uomini e solo lo Spirito, che ricorda e insegna, può far sì che Gesù insegni tra i greci attraverso i suoi discepoli. Lo Spirito, però, è consegnato soltanto con la Pasqua (7,37-39; 20,21-23).

Attraverso la testimonianza dei discepoli l’innalzato attira tutti a sé.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito