FRANCESCO D’ARABIA / UNICA VIA DELLA MISSIONE CRISTIANA
La visita di papa Francesco negli Emirati Arabi ha sancito un nuovo passo nel dialogo interreligioso, quello profetico: ci si può impegnare nel dialogo senza rinunciare alla profezia evangelica. Anzi, il dialogo si regge solo se si ha il coraggio della profezia. È quanto ha fatto il papa in terra d’Arabia, partecipando all’incontro interreligioso sulla “fratellanza umana”, promosso dal Consiglio musulmano degli anziani – un’organizzazione islamica di dialogo e promozione della pace –, con circa 700 leader di varie fedi, tra cui cristiani, ebrei, musulmani, buddhisti e indù. Non era una partecipazione scontata, soprattutto per i freni imposti oggi al dialogo interreligioso da certa propaganda clericofascista di marca cattolica, ma anche da certi movimenti estremisti del mondo islamico. Francesco, però, fedele allo spirito del Concilio (1962-1965), ha saputo tenere la barra dritta dialogando profeticamente, anche quando ha ricordato che “nel nome di Dio Creatore va senza esitazione condannata ogni forma di violenza, perché è una grave profanazione del Nome di Dio utilizzarlo per giustificare l’odio e la violenza contro il fratello”. “Non esiste violenza – ha continuato il papa – che possa essere religiosamente giustificata”.
Certo il dialogo profetico non è sempre stato l’ideale della missione cristiana, ma Francesco, primo vescovo di Roma nella penisola arabica, ha deciso di calcare le orme missionarie di un altro Francesco, quello che veniva da Assisi, e che esattamente 800 anni fa, nel 1219, si è incontrato con il sultano d’Egitto Malik al Kamil. In tempo di estremismi religiosi ed etnici, di risorgenti nazionalismi e sovranismi, ad Abu Dhabi papa Francesco, alla stregua dell’omonimo Assisiate durante la quinta crociata, ha invitato i rappresentanti delle religioni a coltivare il dialogo e ad essere laboratori di umanità impegnandosi a “tollerare e garantire la libertà di culto, fronteggiando l’estremismo e l’odio”, ricordando profeticamente che la libertà religiosa “non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo”.
E ancora, papa Francesco ha ricordato che “non si può proclamare la fratellanza e poi agire in senso opposto”. Infatti, una fratellanza sganciata dal riconoscimento dei diritti dell’altro non è tale. Nel suo viaggio in Egitto, nel 2017, Francesco aveva detto che l’unica alternativa all’incontro tra le civiltà sarebbe stato lo scontro tra le inciviltà. Negli Emirati, davanti allo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan e ad Ahmad Al-Tayyib, grande imam di Al-Azhar, il papa ha impersonato la forma della Chiesa povera e dei poveri di papa Giovanni XXIII, pellegrino ad Assisi alla vigilia del Concilio
(7 ottobre 1962), affermando “di venire come credente assetato di pace, come fratello che cerca la pace con i fratelli”. La soluzione ai conflitti, secondo il vescovo di Roma risiede, infatti, nella “fratellanza umana”, che va oltre ogni violenza “religiosamente giustificata”. Nemico della “fratellanza umana”, afferma Francesco, “è l’individualismo, che si traduce nella volontà di affermare se stessi e il proprio gruppo sopra gli altri”.
“Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro – scriveva lo scrittore, giornalista e saggista polacco Ryszard Kapuscinski –, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo”. Per questo, bisogna ravvivare il dialogo profetico, unica via della missione cristiana, non solo, ma anche della pace mondiale e della convivenza umana. L’alternativa è la guerra o un mondo governato dall’odio!







