EBRAISMO E TRANSUMANESIMO
Il transumanesimo, malgrado includa diverse varianti, è unanime nell’affermare che la specie umana è sull’orlo di una nuova fase evolutiva grazie alla convergenza di diverse tecnologie, come la genetica, la robotica, l’informatica e la nanotecnologia. Oltre al potere indiscusso accordato alla tecnologia, un secondo e curioso elemento che accomuna queste diverse manifestazioni del pensiero transumanistico riguarda il numero di pensatori di discendenza ebraica che ne fanno parte.
PENSATORI EBRAICI TRANSUMANISTI
Oltre il già citato Ray Kurzweil (fondatore della Singularity University e dal 2012 messo a capo della divisione Engineering di Google), vanno ricordati Marvin Lee Minsky (co-fondatore del prestigioso Massachusetts Institute of Technology e autore di numerosi testi sull’intelligenza artificiale), Eliezer Yudkowsky (co-fondatore del Machine Intelligence Research Institute e conosciuto per aver reso popolare l’idea dell’intelligenza artificiale amichevole), Ben Goerztle (scienziato responsabile della Hanson Robotics, l’azienda che ha creato il robot Sophia, e ideatore della SingularityNet). La domanda che sorge spontanea, allora, è se l’ebraismo e l’interpretazione dei suoi principi religiosi siano per lo più conciliabili con i risultati ottenuti dall’applicazione delle moderne biotecnologie e con alcune delle procedure che promuovono il miglioramento e potenziamento della condizione umana.
LE FONTI EBRAICHE IN FAVORE DELLA BIOTECNOLOGIA
Sembrano soprattutto due. Anzitutto, la convinzione che il mondo creato da Dio sia certamente una cosa “molto buona”, ma non proprio perfetta, così che gli esseri umani sono chiamati a “correggerlo” – o perfino a “ripararlo” (tikkun olam). In secondo luogo, l’attitudine positiva nei confronti della genetica, che deriva dalla concezione dell’essere umano tratteggiata anticamente dai rabbini, i quali lo hanno descritto come attivo collaboratore di Dio nell’opera di creazione: nel Talmud si afferma come sia necessaria la partecipazione di tre agenti (Dio, l’uomo e la donna) per la generazione di un essere vivente. Essere con-partecipi con Dio nell’opera di creazione significa perciò che gli esseri umani hanno il dovere di ottimizzare e migliorare quanto Dio ha creato, e che Dio ha lasciato agli umani il compito di portare a termine e ultimare quanto manca al completamento del mondo. Tuttavia, e malgrado questi principi generali che legittimano il processo di trasformazione e miglioramento della realtà, oltre che della condizione umana, le giustificazioni adottate per ammettere l’utilizzo della biotecnologia variano a seconda delle diverse correnti che costituiscono l’ebraismo contemporaneo.
L’EBRAISMO RIFORMATO
L’ebraismo riformato afferma che l’essere umano non solo e non tanto può, ma soprattutto deve preservare la vita e favorire la salute, e che curare intervenendo anche in maniera invasiva sul suo patrimonio genetico è un obbligo e un imperativo morale (mitzvah). Le moderne biologie, elaborando nuove tecnologie per migliorare e salvare vite umane, sono quindi conformi al comandamento di guarire l’essere umano, anche se l’ebraismo riformato assegna al singolo individuo (e non alla comunità scientifica) la responsabilità di adottare o meno cure che includono l’impiego delle cellule staminali e la clonazione terapeutica.
L’EBRAISMO CONSERVATORE
L’ebraismo conservatore, che ammette l’autorità della legge giudaica (halakha) e accetta che la sua interpretazione possa variare nel tempo, afferma che il corpo non è un semplice oggetto a completa disposizione dell’essere umano, ma appartiene a Dio, e che quindi l’essere umano ha il dovere di preservare la salute e la vita (pikuach nefesh). Gli umani sono stati creati a “immagine di Dio” (Gen 1,26, tzelem elohim) e devono essere trattati con assoluto rispetto. Tuttavia essi non sono Dio, onniscienti e onnipotenti, perciò non devono insuperbirsi pensando di poter manipolare a piacimento la creazione e la stessa natura umana, ma devono rimanere umili soprattutto nei confronti dei risultati delle nuove ricerche scientifiche – anche se queste possono certamente rappresentare una via per adempiere il compito loro affidato di essere co-creatori con Dio della realtà e del mondo.
L’EBRAISMO ORTODOSSO
L’ebraismo ortodosso moderno, invece, sostiene che la legge, essendo stata rivelata da Dio, riguarda tutti gli aspetti della vita, incluse la scienza e la tecnologia. Queste ultime, infatti, anche se contribuiscono a risolvere alcuni problemi riguardanti antiche e nuove patologie, non possono però ergersi a criterio valutativo ultimo, dato che sono un prodotto dello sforzo e dell’intelligenza umana. Il compito del giurista ortodosso sarà quindi quello di accertare la validità, la plausibilità e liceità delle varie pratiche mediche, confrontandole con i principi e dettami dell’halakha. Ciò non significa rinunciare ai progressi scientifici ottenuti dalle biotecnologie, ma soltanto che all’essere umano è stato dato il potere di usare il suo intelletto per sviluppare il mondo in cui è stato posto essendo soggetto solo alle limitazioni imposte dalle leggi della Torah, inclusa l’ammonizione di non arrecare male agli altri, oltre che ai vincoli imposti dal buon senso e dall’osservanza della prudenza.
Tutte queste correnti dell’ebraismo contemporaneo paiono quindi avvalorare la possibilità di far uso degli ultimi ritrovati della genetica e delle tecnologie mediche che ne derivano, allo scopo di curare le malattie e di prevenire o alleviare la sofferenza.
NON TOTALMENTE COMPATIBILI
Lo si deduce dalla diversa interpretazione offerta dal significato dato alla corporeità e al concetto di felicità. Per i sostenitori del transumanesimo, infatti, il corpo biologico dell’essere umano non è che un prodotto difettoso e imperfetto dell’evoluzione, l’origine e la sede di tutto ciò che è contrario all’appagamento dell’esistenza umana (disabilità, dolore, invecchiamento e morte), mentre per l’ebraismo il corpo è riflesso dell’immagine di Dio, e ciò attribuisce valore alla vita indipendentemente dal livello di capacità o incapacità fisica di cui un individuo è dotato: il corpo è ciò di cui l’essere umano credente deve prendersi cura in quanto espressione della propria personalità e della propria dignità.
Il transumanesimo, inoltre, raramente discute sul concetto di felicità, e sebbene a volte emerga l’idea che il tecno-paradiso immaginato dai suoi sostenitori sia il risultato di termini quali auto-realizzazione e auto-appagamento, tutto ciò si riduce ben presto a un concetto di piacere puramente materialistico, cioè ad una felicità indotta mediante alterazioni chimiche e grazie all’abilità sempre più estesa e precisa di manipolare le molecole e gli impulsi elettrici di vaste aree del cervello umano. Per l’ebraismo, invece, la felicità più piena non risiede nell’eliminazione degli aspetti negativi della vita (i quali possono risultare persino positivi in quanto è da essi che storicamente sono nate le profonde riflessioni filosofiche, culturali e artistiche), quanto piuttosto nell’osservanza dei precetti e nel vivere secondo i dettati della Torah: essa, infatti, è “un albero di vita per chi ad essa s’attiene, e chi ad essa si stringe è beato” (Pr 3,18).
Proprio per questo, il futuro che il transumanesimo sogna è per l’ebraismo uno dei molti incubi da cui risvegliarsi al più presto, se davvero si ha ancora a cuore l’uomo, la sua vocazione a considerarsi molto più che una semplice specie in transizione verso qualcosa di più perfettibile, e la sua fede che lo porta a riconoscersi creatura scelta e amata da Dio con un amore — questo sì — eterno (Ger 31,3).







