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Donne al Concilio, una presenza inedita

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“Siamo lieti di salutare le nostre dilette figlie in Cristo, le donne uditrici, ammesse per la prima volta ad assistere alle assemblee conciliari”. Con queste parole il 14 settembre 1964, all’inizio della terza sessione del Vaticano II, Paolo VI si rivolgeva alle uditrici conciliari; nessuna delle nominate era presente: solo il 21 settembre, infatti, Marie-Louise Monnet farà il suo ingresso nell’aula conciliare. La nomina di uditrici era stata richiesta più volte da alcuni vescovi e suggerita con petizioni di organizzazioni cattoliche; l’assenza di voci femminili era stata lamentata anche dagli uditori laici (maschi) nominati nel corso della seconda sessione e da un vasto movimento di opinione pubblica in diverse parti del mondo.


 PER LA PRIMA VOLTA AL CONCILIO

In tutto saranno 23 le donne uditrici, 13 laiche e 10 religiose, che assisteranno alle assemblee conciliari e offriranno il loro contributo ai lavori delle commissioni, durante la terza e la quarta fase del Concilio. La loro presenza era stata inizialmente definita dallo stesso Paolo VI come “rappresentanza significativa e quasi simbolica” e venivano sollecitate ad occuparsi in particolare di quelle “questioni che possono particolarmente interessare la vita della donna”, ma queste 23 “donne qualificate e devote”, provenienti da tutti i continenti, espressione di esperienze di vita cristiana ed ecclesiale variegate e ricche, riuscirono – seppur in modo limitato, dato anche il numero delle presenti – a offrire un significativo contributo, soprattutto per gli apporti dati ai lavori delle commissioni e per le sollecitazioni offerte sulla stampa o negli incontri informali a cui parteciparono.

La loro voce portò alla ribalta un argomento – quelle donne – che rimaneva fino a quel momento ai margini della riflessione del Concilio, nonostante interessasse metà del genere umano e della stessa Chiesa.

RECUPERARE LA MEMORIA

A 50 anni dall’inizio del Vaticano II, per recuperare la memoria di questo capitolo di storia del Concilio sconosciuto ai più, il Coordinamento teologhe italiane ha pubblicato due volumi.

Il primo, di taglio divulgativo, a firma della storica Adriana Valerio, Madri del Concilio (Carocci, Roma 2012), ricostruisce la biografia delle 23 uditrici e tratteggia gli apporti dati da ognuna alla ricerca conciliare, arricchendo la narrazione con vivaci aneddoti, rivelatori di un clima di curiosità e insieme di resistenze ancestrali, stereotipi, preconcetti, largamente diffusi tra i padri conciliari.

Il secondo, Tantum aurora est. Donne e Concilio Vaticano II (LIT Verlag, curatori M. Perroni, A. Melloni, S. Noceti), pensato come contributo al dibattito scientifico e accademico sul Concilio, prende in esame, attraverso 20 contributi di storici e teologi/teologhe, l’apporto dato da molte donne (uditrici e no) ai lavori conciliari ed esamina i discorsi in aula.

I DOCUMENTI CONCILIARI

I documenti conciliari riportano solo pochissimi e rapidi passaggi dedicati alle donne, ma ben più ampia fu la discussione che ci concentrò in particolare sulla famiglia, la contraccezione, la vita religiosa, l’apostolato laicale, l’attività missionaria. Il servizio di cura, la custodia dell’armonia familiare, le presenza fedele e umile nelle parrocchie, come laiche e come religiose, vengono frequentemente richiamati dai padri a delineare l’orizzonte interpretativo della condizione femminile, secondo un modello di identità e di relazione “uomo-donna” tradizionale, acclarato da secoli, secondo un codice di subordinazione o di complementarità giustificati non raramente su base religiosa, ma si può cogliere anche una iniziale maturazione di coscienza riguardo al contributo dato dalle donne alla vita del mondo e della Chiesa.

Particolarmente illuminante a questo riguardo quanto affermato in Gaudium et spes 60: “Le donne lavorano già in quasi tutti i settori della vita; conviene però che esse possano svolgere pienamente i loro compiti secondo le attitudini loro proprie. 

Sarà dovere di tutti far sì che la partecipazione propria e necessaria delle donne nella vita culturale sia riconosciuta e promossa”.

Si tratta di intuizioni iniziali, che solo nella fase postconciliare troveranno adeguato sviluppo e maturazione. Lo studio dei testi prodotti e dei discorsi dei Padri non può che far percepire quanto fosse limitata la coscienza delle trasformazioni che già stavano avvenendo nel mondo delle donne, il cui ingresso nella vita pubblica Giovanni XXIII aveva indicato nella Pacem in terris come “segno dei tempi”.

Le tematiche della specificità e la differenza sessuale non sono affrontate; i movimenti di emancipazione e l’apporto delle donne non vengono ricordati se non per inciso e non sembrano aver favorito un ripensamento complessivo a livello teologico. Il linguaggio dei documenti è androcentrico e tradisce un’ottica patriarcale; si tratta di testi nati da un’antropologia dell’uguaglianza, aperta al massimo a teorizzare il modello della relazione uomo-donna come complementarità, come si coglie ad esempio nel Messaggio alle donne consegnato alla conclusione del Concilio, le cui parole suonano oggi – a distanza di 50 anni – indubbiamente datate e lontane dalla vita e dalla autocomprensione delle donne, soprattutto in Occidente.

LA MATURAZIONE POSTCONCILIARE

Allo stesso tempo però non si può misconoscere che il Vaticano II abbia offerto alle donne nuove prospettive di riconoscimento di identità e ministerialità; in particolare nel recupero della soggettualità battesimale (come affermato in Lumen gentium e Gaudium et spes) sono stati aperti spazi inediti di presenza delle donne nella vita ecclesiale: nuove forme di ministerialità di fatto, rinnovamento della vita religiosa, ingresso nelle Facoltà Teologiche come discenti e docenti hanno progressivamente modificato il volto delle Chiese locali, nei diversi continenti, e favorito la maturazione di nuove sensibilità.

La stessa rilettura teologica che le donne hanno promosso ha permesso nella lunga e difficile stagione postconciliare di “sviscerare” le implicazioni concettuali dei documenti conciliari, sciogliendo il nodo di una identità umana apparentemente neutra e indifferenziata (l’umano di fatto è il maschile universalizzato e dichiarato “neutro”; il maschile non è pensato), esplicitando affermazioni fatte in funzione di un soggetto umano a-sessuato, e insieme indicando le conseguenti prassi trasformative richieste dalle affermazioni conciliari.



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