Skip to main content
Condividi su

Stupore e ammirazione sono state le prime reazioni alle dimissioni di papa Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013. Stupore per un gesto che esalta la libertà di coscienza del papa di fronte all’incalzare della vecchiaia e della malattia (la Chiesa non è mia!), tanto più “profetico” in quanto compiuto da un papa da molti considerato “conservatore”. Ammirazione per un atto che indica una rottura, una svolta rispetto alla tradizione, che peserà nella storia della Chiesa, tanto più “rivoluzionario” se si pensa a come il predecessore, Giovanni Paolo II, sia rimasto stretto alla croce del suo ufficio anche nell’ora della prova, della malattia, fino all’ultimo.

Un gesto “profetico” e “rivoluzionario”, che sembra riduttivo chiamare “dimissioni”, perché se da una parte desacralizza un’istituzione – il pontificato romano – da secoli confinata in una sfera metastorica, quasi divina, modernizzandola e umanizzandola suo malgrado; dall’altra sembra assumere il tono di un umile invito alla riforma della Chiesa, alla purificazione della sua vita, alla ripresa della sua missione evangelizzatrice, che l’età avanzata e le condizioni mentali e psicologiche del papa non sono più in grado di garantire.

La riforma interiore, però, non basta. Nemmeno la santità personale dei pastori. Sono necessarie alcune riforme strutturali, sul versante della sinodalità (per accorciare le distanze tra fedeli e pastori), della collegialità episcopale (senza attendere la straordinaria convocazione di un concilio ecumenico) e dell’esercizio del primato del vescovo di Roma (tra l’altro auspicata anche dal predecessore, nell’enciclica Ut unum sint).

Con la sua decisione, il papa riconosce che il meccanismo istituzionale si è inceppato e che la riforma della Chiesa può essere facilitata dalla sua rinuncia al ministero. Si toglie di mezzo, per offrire allo Spirito un’opportunità nuova di “risurrezione” della Chiesa. È sintomatico che gli ultimi libri di papa Ratzinger siano stati dedicati alla figura di Gesù di Nazareth.

Quasi a dire che l’evangelizzazione, per quanto “nuova”, non può decollare, se la Chiesa non rimette al centro della sua vita Gesù di Nazareth, origine e forma della sua missione.

Le dimissioni di papa Ratzinger sono senz’altro eloquenti per tutta la Chiesa, per ogni cristiano, ma credo abbiano qualcosa da dire, seppure in forma indiretta, anche ai missionari saveriani, che vivono l’attesa e la preparazione del loro XVI Capitolo Generale (16 giugno-24 luglio 2013). I 45 delegati, eletti dai 750 membri dell’istituto, sono infatti chiamati, oltre che a scegliere il nuovo “governo” per i prossimi sei anni, a riflettere sulla metamorfosi in atto nella congregazione, che va sempre più internazionalizzandosi e che ormai ha il suo centro vocazionale nel Sud del mondo (al primo posto c’è l’Indonesia con 36 giovani candidati, mentre i paesi europei insieme ne contano soltanto 2).

Tale mutamento richiede, come per la Chiesa in cerca del nuovo papa, una profonda riforma dell’istituto, sia a livello personale sia a quello strutturale, proprio mentre esso vive una condizione di fragilità.

Si sa, la riforma in regime di debolezza è più rischiosa, richiede maggior discernimento, ma è più profetica.

I saveriani non si salveranno con formule geopolitiche, che soddisfano solo illusoriamente l’esigenza di valorizzare la nuova articolazione geografica e culturale della congregazione, ma ritrovando il riferimento al loro fondatore, san Guido M. Conforti (1865- 1931), e attualizzandone con fedeltà creativa il carisma attraverso nuovi cammini formativi e nuove strategie missionarie.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito