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DALL’INFANZIA NEGATA NASCE IL CAMBIAMENTO

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L'autore, che fa parte della Comunità internazionale di Capodarco, ha lavorato come educatore fra i picciriddi scannazzati di Palermo, i meninos de rua brasiliani e i lustrascarpe dell'Ecuador.

I movimenti Nats hanno la peculiarità di lottare contro ogni forma di sfruttamento economico dei minori, pur essendo contrari ad un'abolizione del lavoro infantile.

Questi sono piccoli costruttori di speranza in un mondo impoverito da un’economia, che accentra la ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone.


La vicenda mai chiarita dell’”Etireno” – la nave carica di piccoli schiavi apparsa e scomparsa mesi fa sulle coste africane – riporta alla ribalta della cronaca la drammatica situazione dell’infanzia negata nel mondo. I mass-media ci bombardano di statistiche, dati, ma non si sente la voce dei protagonisti, dei 250 milioni di baby lavoratori. Si pensa ad una merce “particolare”: ragazzini imbarcati per essere venduti come manodopera. Chi conosce il Sud del mondo, sa invece che è normale che ragazzi/e dai 12-13 in su vadano a lavorare in città: sono impiegati nella cosiddetta “economia informale” e per le ragazzine questo significa di solito fare le domestiche o le venditrici. A volte, i ragazzi finiscono nelle piantagioni di cacao, caffè o altre produzioni dell'Africa occidentale destinate all'esportazione, e non certo a paga sindacale.

I rappresentanti dei ragazzi lavoratori africani provenienti da Benin, Costa d’Avorio, Mali, Senegal e Togo si sono incontrati a Bamako (Mali), nel novembre 2000, con il sostegno di Enda (la maggiore Ong dell’Africa francofona); e hanno puntualizzato il quadro, in cui può avvenire il traffico di giovanissimi, fuori dalle mitologie sui “bambini schiavi”: “un contesto regionale di migrazioni di ogni sorta, in particolare per attività di commercio che spesso sono assimilabili alla frode, il contrabbando ed altri traffici. La povertà, l’insufficienza alimentare in certe situazioni di siccità, la mancanza di denaro o il costo troppo elevato di un'iscrizione scolastica, quando la scuola esiste, un certo sentimento di miseria e di abbandono spingono alla fuga in città”.

Compagni di questi ragazzi lavoratori africani sono i movimenti Nats – Niños y adolescentes trabajadores  – organizzazioni interamente autogestite da bambini e adolescenti lavoratori, nate nel Perù degli anni ’70 ed estesesi poi a tutta l’America latina ispanofona e ultimamente anche all’India. Proprio rivolgendosi ad Alejandro Toledo – candidato indio, figlio di una povera famiglia e per questo a 10 anni già impiegato come lustrascarpe – i rappresentanti del Movimento nazionale dei bambini e ragazzi lavoratori organizzati del Perù (rappresentanti di ben 12mila ragazzi/e) recentemente hanno rivolto al neo presidente del Perù una lettera aperta, in cui difendono il proprio diritto a lavorare in condizioni degne, a poter usufruire di una adeguata istruzione ed assistenza sanitaria. Sul tema della povertà, essi chiedono un nuovo piano d'azione a livello nazionale, che tuteli gli interessi dell’infanzia ed unisca alla lotta contro la miseria, quella per l’eliminazione di ogni forma di sfruttamento del lavoro minorile. Particolare attenzione viene inoltre richiesta in merito alle esigenze dei bambini delle aree rurali e delle comunità indigene.

L'APPROCCIO DI NATS

Questo documento è stato diffuso da Fabio Cattaneo, presidente dell'Associazione Italia Nats che raccoglie 14 associazioni, Ong e botteghe del commercio equo italiane. E che oggi ha anche una sua pagina web: www.equomercato.it/nats.htm. Durante un recente convegno "L'arcobaleno spezzato: dall'infanzia negata nasce il cambiamento" (Roma, 7 aprile 2000), Maria Teresa Tagliaventi - esperta di lavoro minorile - ha sottolineato che “i movimenti Nats hanno la peculiarità di lottare contro ogni forma di sfruttamento economico dei minori, pur essendo contrari ad un'abolizione del lavoro infantile che sia globale ed aprioristica. I Nats adottano infatti l’approccio della valorizzazione critica secondo la quale il lavoro, quando è svolto mediante opportune modalità, può essere un mezzo di sviluppo e crescita del soggetto, anche se si tratta di un bambino. L’azione di questi movimenti è incentrata sul miglioramento delle condizioni dei lavori, che per loro natura possono essere realizzati anche da minori, e sull’eliminazione di tutte le altre forme di sfruttamento economico del bambino".

"È un approccio non convenzionale che, proprio per questo, purtroppo deve fare i conti con l’ostracismo e l’avversione di tutte le principali istituzioni transnazionali, ministeriali e sindacali. I Nats dimostrano con la loro esperienza che il lavoro non serve solo per sopravvivere materialmente, ma ha anche una valenza sociale nel favorire lo sviluppo integrale della persona, nello stimolare i rapporti interpersonali e nel creare identità, cittadinanza e protagonismo, e può quindi diventare strumento di cambiamento di quelle stesse realtà di ingiustizia sociale che lo generano”.

È stato poi citato anche un altro recente documento del Movimento dei bambini e degli adolescenti lavoratori organizzati del Perù, da cui emerge come “il testo della Convezione dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) non riesce a staccarsi da una visione negativa del lavoro per i minori di 18 anni, che comunque sarebbe dannoso e inaccettabile". Si legge: "Siamo delusi dall’incapacità di organismi non solo di proteggerci dallo sfruttamento e dai maltrattamenti, ma anche di incoraggiarci e valorizzarci come autentici soggetti sociali di diritti. L’Oil dovrebbe rivedere i propri statuti e considerare le organizzazioni dei bambini ed adolescenti lavoratori, una realtà che dev'essere presa in considerazione a livello mondiale, poiché rappresenta le aspirazioni di milioni di bambini ed adolescenti lavoratori nel mondo ad essere considerati persone, ad essere valorizzati nella propria dignità come co-protagonisti”.

PICCOLI COSTRUTTORI DI SPERANZA

In qualità di educatore che ha condiviso il cammino con ragazzi/e a “rischio d'esclusione” a Palermo (i picciriddi scannazzati), con meninos de rua del Brasile, con giovanissimi lustrascarpe dell’Ecuador, desidero testimoniare l’importanza di riconoscere e valorizzare il loro protagonismo di autogestione, di cittadinanza attiva e di cambiamento dal basso. Sono piccoli costruttori di speranza in un “mondo impoverito da un’economia, che accentra la ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone, e che esclude masse sempre più grandi dalla possibilità di una vita umana e dignitosa.

"In una società che mette al centro il profitto e l’avere, anche noi bambine/i e ragazze/i diventiamo oggetti e cose sacrificate all’efficienza e alla competitività del sistema e soffriamo per la fame; siamo sfruttati nel lavoro precoce. I nostri corpi sono usati e consumati nella prostituzione per soddisfare gli adulti. Siamo coinvolti nel traffico e nel consumo di droga e nelle guerre degli adulti; reclutati come bambini soldato per far esplodere campi minati; decimati dagli squadroni della morte, siamo vittime di violenze persino in seno alle nostre famiglie” (tratto dalla lettera dei ragazzi/e del mondo provenienti dal Brasile, Ecuador, Guatemala, Perù, Camerun e rivolta all’Onu dei Popoli, radunati ad Assisi, nell’ottobre ’97).

DOVE NASCE IL CAMBIAMENTO

Ricordo l’ultimo giorno dell’anno. Ci immergiamo tra una folla di due milioni di brasiliani, che stanno aspettando il 2001 lungo le spiagge di Copacabana: questo formicaio umano sembra resistere alla furia di un uragano di pioggia e freddo davvero anomalo a queste latitudini. Mi avventuro tra questi “gironi danteschi” protetti da grattacieli, che vorrebbero costruire un altro muro di Berlino per difendersi dalla miseria e dalla violenza delle favelas.

Sono in compagnia di Claudia, passionaria ecuadoriana di 28 anni che accoglie 40 bambini di strada nella Sierra andina; Daniela, un’ex baby prostituta carioca di 16 anni “affamata” di carezze; Arturo, intelligente piccolo lavoratore 14enne di Lima e militante nei Nats, che ci ha raccontato come stanno lottando in Perù contro il debito estero; Marcelino, un’ex ragazzo di strada sopravvissuto agli squadroni della morte ed oggi un ottimo animatore di “minori a rischio d’esclusione” che imparano a gestire i conflitti, a scoprire la pace in un Guatemala segnato da oltre trent’anni di guerra civile; Anita, adolescente india dell’etnia quetchua che cinque anni fa spacciava droga e oggi a 16 anni fa da “mamma” ai bambini abbandonati accolti nella casa famiglia Cristo de la calle; Jussara, “pantera nera” di 29 anni fiera di essere afro discendente, che pur provenendo da un quartiere povero è riuscita a laurearsi e sta aiutando la sua comunità nell’educazione popolare.

Con Claudia, Daniela, Arturo, Feliciano, Anita e Jussara formiamo proprio una banda di pazzi innamorati della vita, malgrado tutto. Con la forza della nostra nudità di Piccoli della Terra ci opponiamo ad un uragano ben più violento e oppressore, il neoliberismo. Non brindiamo con champagne, ma condividiamo i sogni che abbiamo espresso a Madre Natura, al Signore della Vita. È una passione che ci accende: il piccolo Davide continua a lanciare pietruzze contro il gigante Golia; è la strategia lillipuziana dei piccoli passi per indignarci di fronte alle ingiustizie e costruire un’alternativa all’economia che idolatra il profitto e mercifica perfino le relazioni umane. Anche noi gridiamo “Un altro mondo è possibile!”, insieme ai 10mila partecipanti al Forum sociale mondiale di Porto Alegre. È la speranza del cammino di coscientizzazione, di liberazione e del protagonismo dei ragazzi/e lavoratori nel microcosmo della strada.

CRISTIANO MORSOLINutopiamo@yahoo.it 


QUINTO MASTER IN COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

A proporlo è la Scuola europea di studi avanzati in cooperazione e sviluppo - alla quale collaborano fra gli altri l'Istituto universitario di studi superiori e l'Università di Pavia - per l'anno accademico 2001/2002.

Il corso dura 14 mesi e prevede un impegno a tempo pieno (dal lunedì al venerdì), con residenzialità degli allievi della Scuola a Pavia dal 12 novembre 2001 al 14 giugno 2002. Saranno ammessi 30 studenti di qualsiasi nazionalità laureati presso un’Università italiana o straniera. Materiale didattico esami e lezioni saranno in lingua inglese.

Le domande, redatte sull’apposito formulario che può essere scaricato dal sito web www.unipv.it/iuss/esascs , corredate dai documenti richiesti dovranno pervenire alla Segreteria della Scuola ESAS-CS (via s. Martino, 17/A - 27100 Pavia) entro il 12 ottobre 2001. La quota di iscrizione è di lire 7.000.000. Sono previste borse di studio.


  • Per ulteriori informazioni rivolgersi a: Segreteria Scuola europea di studi avanzati in cooperazione e sviluppo, c/o Collegio s. Caterina, via s. Martino 17/A, 27100 Pavia, tel.: +39 0382/22540, fax: +39 0382/307441, e-mail: esascd@unipv.it Internet: www.unipv.it/iuss/esascs/


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