DAL RADICALISMO ALLA RADICALITÀ COME "INTEGRITÀ APERTA"
Oggi in Indonesia, paese di quasi 285 milioni di abitanti, a maggioranza musulmana, sono ancora tante le persone che si lasciano sedurre dai social media intolleranti, che sembrano propinare la verità assoluta sia a livello di informazione generale che religiosa. I gruppi che usano questi media per diffondere l’odio, spesso giustificano le loro azioni come una forma di da’wah (missione) dell’islam e come un nuovo modo di fare politica.
Sembra che stiamo entrando nell’era della “pesca-autorità”, in cui molte persone si lasciano banalmente convincere (pescare) da tutto ciò che viene trasmesso, solo perché corrisponde ai loro gusti (alla loro pancia), senza il minimo discernimento sulle fonti e sui rispettivi background culturali. Non di rado si preferiscono i messaggi di personaggi famosi, che incitano all’odio, piuttosto che i messaggi di un ulema (maestro religioso) che invitano alla pace. Sfortunatamente, la ricerca della verità tra gli stessi musulmani moderati non è ancora abbastanza garantita da salvaguardare lo spirito del pluralismo.
Però, dal dialogo con alcuni amici “saggi” in Indonesia, ci siamo resi conto che il termine “radicalità” riferito alla fede ha in realtà una connotazione positiva, perché inteso come ricerca delle radici più autentiche della propria fede, quindi come invito all’autopurificazione di ogni credenza. Tuttavia, immersi come siamo in un’atmosfera di autoreferenzialità, a causa della “politica d’identità”, la radicalità rischia di trasformarsi in “radicalismo” esclusivista, che nega la diversità. La convivenza in una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, come quella indonesiana, ci obbliga ad interrogarci sinceramente e autenticamente sulle nostre personali convinzioni, sull’identità religiosa alla quale apparteniamo.
L’incontro tra fratelli e sorelle di fedi diverse è senz’altro una sfida, ma allo stesso tempo un’opportunità per purificare la nostra coscienza religiosa. Il dialogo tra comunità religiose diverse dovrebbe arricchire le rispettive esperienze spirituali, mistiche, di preghiera, ma anche l’impegno comune nella soluzione di problemi sociali e politici nel contesto plurale del nostro paese. Come, a suo tempo, scrisse John S. Dunne, “la nostra preoccupazione deve passare attraverso altre religioni e tornare alle nostre tradizioni con una nuova comprensione” (The Way of All the Earth. Experiments in Truth and Religion (1978). Per questo Raimon Panikkar chiamava il dialogo interreligioso “intra-religioso”. Perché la preposizione “inter” denota, sì, reciprocità tra due punti di riferimento, ma anche una certa estraneità, mentre la preposizione “intra” esprime anche una certa partecipazione, non solo informativa, ma anche performativa.
Sono d’accordo con il gesuita olandese, Franz Josef van Beck, che distingueva tra pluralismo dell’indifferenza e pluralismo dialogico. Il primo manca di rispetto all’integrità della fede dell’altro, il secondo è aperto al dialogo e più rispettoso della propria e altrui identità, grazie appunto alla sua apertura. In questo secondo tipo di pluralismo, l’atteggiamento decisivo è quello di accettare il valore unico di ogni religione. Tale accettazione prevede che tutte le parti possano imparare l’una dall’altra, arricchendosi reciprocamente. L’integrità “aperta” prende altrettanto seriamente la propria professione di fede e quella altrui, offrendo così la miglior chance al dialogo e all’incontro tra le fedi. Solo così possiamo essere radicalmente fedeli a noi stessi e arricchirci reciprocamente.







