Dai vescovi dell'Asia: La missione come dono
JAMES H. KROEGER, MISSIONARIO DI MARYKNOLL (USA), HA LAVORATO IN ASIA (FILIPPINE E BANGLADESH) FIN DAL 1970. NEL 1985 HA COMPLETATO I SUOI STUDI ALL'UNIVERSITÀ GREGORIANA DI ROMA. ORA È PROFESSORE DI MISSIOLOGIA E ISLAMOLOGIA A MANILA PRESSO LA SCUOLA DI TEOLOGIA DI "LOYOLA".
I vescovi dell'Asia si sono spesso interrogati su queste domande per approfondire la missione evangelizzatrice della Chiesa nel vasto continente di circa quattro miliardi di persone e con meno del 3% di cristiani. Ciò che impressiona ora è il "motivo primo della missione" che essi hanno ripreso durante l‘Assemblea plenaria della V Conferenza della Federazione dei vescovi asiatici (Fabc). Infatti hanno affermato: "Evangelizziamo prima di tutto con un senso profondo di gratitudine a Dio Padre, ‘Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo' (Ef 1,3), e ha mandato lo Spirito nei nostri cuori così che noi possiamo partecipare alla vita vera di Dio. La missione è soprattutto una sovrabbondanza di vita che scaturisce da cuori riconoscenti e trasformati dalla grazia di Dio". E ancora: "Per noi cristiani è importante avere una profonda esperienza di fede dell'amore di Dio in Cristo Gesù (Rm 8, 38), quell'amore, che è stato versato nei nostri cuori dallo Spirito Santo, è Lui che l'ha dato a noi (Rm 5,5). Senza un'esperienza personale di questo amore ricevuto come dono e grazia, nessun senso di missione può fiorire" (Fabc V). Da notare alcune parole e frasi usate dai vescovi che descrivono il movente per la missione: "gratitudine a Dio", "cuori riconoscenti", "benedizione spirituale", "dato a noi", "amore ricevuto come dono e grazia". La missione è vista come un dono, dato con benevolenza, ricevuto con riconoscenza e condiviso con generosità.
Per catturare la profondità trovata nell'immagine della missione come dono, questa riflessione "asiatica" presenta tre momenti della "missiologia del dono", tre parole la sintetizzano: Riconoscere, Ricevere, e Ricambiare.
1° RICONOSCERE IL DONO
Il primo è diventare consapevoli delle profondità dell'amore di Dio, l'amore della Trinità. Il decreto sulla missione del Concilio Vaticano II (Ad Gentes) annotava: "La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine (6). Questo piano scaturisce dall'amore nella sua fonte, cioè dalla carità di Dio Padre" (AG2). La missione quindi nasce dall'amore centrifugo della Trinità. Il nostro Dio missionario condivide la sua essenza che è amore. Dio, il Padre, ci dà in dono suo Figlio incarnato e l'abbondanza dello Spirito Santo. Nessuno può ricevere un dono più grande!
Il Nuovo Testamento è pieno di espressioni della grande generosità di Dio. Paolo ricorda ai Romani: "Adamo è figura di colui che doveva venire, ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo... Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo" (Rm 5,15-17). Se uno contemplasse la grande generosità di Dio, certamente sarebbe riconoscente fino a esclamare: "Grazie a Dio per questo suo ineffabile dono!" (2 Cor 9,15).
Riconoscere i doni di Dio significa anche essere consapevoli che non li meritiamo. Scaturiscono dalla generosità di Dio, come Paolo spiega agli Efesini: "Questo per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua." (Ef 2,7-10). Mentre Gesù si appresta a lasciare i suoi discepoli, promette loro: "Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di Verità..." (Gv 14,16). La promessa di Gesù si compie a Pentecoste: "Furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue... proclamavano le grandi opere di Dio" (At 2,1-12).
La prima comunità cristiana - e la nostra Chiesa oggi - era certa della continua generosità di Dio: "...Nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo" (1 Cor 1,7). Paolo nota che tutti i doni hanno un'unica sorgente: "C'è una varietà di doni, ma sempre lo stesso Spirito... Ma tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole" (1 Cor 12, 1-11).
I doni abbondanti di Dio sono per tutti i popoli, di qualsiasi religione, etnia, o cultura; così lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano: "...si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo" (At 10, 44-45). Pietro proclama la grazia di Dio in Giaffa dicendo: "Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?" (At 11,17).
La missione quindi nasce dalla profonda consapevolezza di ciò che il Padre ha benevolmente dato in Gesù Cristo e nello Spirito, che si manifesta continuamente nella Chiesa. S. Teresa di Lisieux ha espresso la sua consapevolezza del dono di Dio quando conclude: "La mia vocazione è l'amore! Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore. Così io sarò tutto".
2° RICEVERE IL DONO
Una consapevolezza trasformata, capace di apprezzare la bontà di Dio, accoglierà il dono della fede con gioia, basta solo ricordare come questo dono prezioso è stato dato e ricevuto. Ci si potrebbe domandare: perché dei quattro miliardi di persone in Asia sono io il privilegiato a ricevere il dono della fede cristiana? Quali sono stati gli strumenti di Dio nel fare arrivare quel dono fino a me? Quale prezzo hanno pagato i miei genitori o i missionari perché io potessi ricevere questo tesoro? Chi sono state quelle persone sante mandate nella mia vita per aiutarmi ad apprezzare il dono di Dio? Riflettere su queste domande così fondamentali, faciliterà un'accoglienza più personale dei doni della grazia di Dio.
Gesù, incontrando la samaritana al pozzo, la sfida nell'avere un vero apprezzamento del dono che le veniva offerto: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!', tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva" (Gv 4,10).
Scrivendo ai Corinzi, Paolo li invita a una più profonda coscienza del dono di essere cristiani: "Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele... Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?" (1 Cor 4,1-2,7).
Ambedue, sia la donna samaritana sia la comunità di Corinto, avendo accolto il dono di Dio, devono riconoscere di essere diventati essi stessi doni per gli altri. Appunto perché si è stati amati, si è sperimentato l'amore di Dio, un individuo diventa degno di amore. È ciò che affermano i vescovi asiatici: "Senza un'esperienza personale di questo amore ricevuto come dono e come grazia, nessun senso di missione può fiorire" (Fabc V).
Un'accoglienza autentica del dono trinitario di Dio risulterà in un altro dono, la vocazione personale alla missione. È stata l'esperienza della conversione di san Paolo; il Signore lo confermò: "Egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele" (At 9,15). Paolo in persona possiede questo dono: "Sono divenuto ministro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell'efficacia della sua potenza" (Ef 3,7). Egli celebra la scelta di Dio facendo notare: "Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!" (Rm 11, 29). L'accoglienza del dono di Dio è un processo continuo. Paolo ricorda al suo beneamato Timoteo e a noi di crescere continuamente in questa "ricezione", che è anche apprezzamento, personalizzazione, appropriazione del dono di Dio: "Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l'imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri. Abbi premura di queste cose, dèdicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso" (1 Tm 4,14-15).
3° RICAMBIARE IL DONO
Il versetto chiave del Nuovo Testamento che meglio sintetizza il terzo momento della "missiologia del dono" è: "Ciò che hai ricevuto come dono, dallo come dono" (Mt 10,8). La logica è semplice: se uno veramente apprezza un dono, desidera condividerlo con gli altri. Il desiderio di donarlo è l'espressione più chiara di una vera gratitudine. Le lettere di Giacomo e Pietro nel Nuovo Testamento aggiungono altre dimensioni: "Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento" (Gc 1,16-17). "Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio... perché in tutto venga glorificato Dio" (1 Pt 4,10-11).
L'esortazione apostolica del 1999 di papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Asia ci dà ancora altre prospettive su come la Chiesa in Asia deve ricambiare i doni che ha ricevuto. "La fede della Chiesa in Gesù è un dono ricevuto ed un dono da condividere; è il dono più grande che essa può offrire all'Asia. Benedetta dal dono della fede, la Chiesa, dopo duemila anni, continua ad andare ovunque per incontrare i popoli del mondo, per condividere con loro la Buona Novella di Cristo, come comunità infiammata di zelo missionario per far conoscere, amare e seguire Gesù. La grande questione che sta ora dinanzi alla Chiesa in Asia è come condividere con i nostri fratelli e sorelle asiatici ciò che noi gelosamente custodiamo come dono che contiene ogni altro dono, e cioè la Buona Novella di Gesù Cristo" (19a, 19c). "Solo se il Popolo di Dio riconoscerà il dono che in Cristo gli è proprio, sarà in grado di comunicarlo agli altri mediante l'annuncio e il dialogo" (31f).
Questa prospettiva di "missione come dono" contiene parecchie dimensioni fondamentali su come fare missione in Asia, che necessariamente implica il dialogo. I cristiani che hanno questo tesoro della fede trinitaria, lo offrono liberamente e entusiasticamente agli altri. Il dono è offerto con cuore sincero e, di più tutti gli evangelizzatori, sanno che l'altro è libero di accettarlo o di rifiutarlo. I partnerdel dialogo (musulmani, buddisti) hanno anch'essi doni da offrire: le ricchezze della loro fede e la loro "esperienza di Dio". Il risultato è un meraviglioso "scambio di doni". Tutti i popoli che hanno il dono della fede devono collaborare in modo che, condividendo i propri doni, possano arricchire i poveri e i bisognosi in mezzo a loro.
CONCLUSIONE
Il saggio consiglio di Paolo al suo co-evangelizzatore Timoteo sembra essere una buona esortazione per concludere queste brevi riflessioni sul dono della missione, "la missiologia del dono". Nelle parole di Paolo, i cristiani possono trovare un'àncora per la loro riconoscenza, ricezione e condivisione del dono della fede. Scrive Paolo: "Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizione delle mie mani....Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro... Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio...Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù... Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù... annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina... Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero" (2 Tm 1,6, 8-9; 2,1; 4,1,5).
L’IMMAGINE DEL DONO
Tutte le culture e tutti i popoli hanno doni, soprattutto in occasioni speciali ed eventi significativi della vita: nascite, matrimoni, vacanze, anniversari. I doni legano le persone assieme, esprimono gratitudine e apprezzamento. Sono scelti con cura cercando di far piacere a colui/colei che li riceve. Spesso si scambiano per cementare ancor di più famiglia e solidarietà interpersonale. Gli asiatici ne hanno fatto un’arte. Che cosa sarebbero le celebrazioni cinesi e il Nuovo Anno della luna senza i doni abbondanti offerti in buste rosse (angpao)? In Corea la celebrazione rituale del sesto anno di età (hwangap) è un’occasione per doni stravaganti. Nessun filippino si sentirebbe a suo agio senza portare qualche pasalubong (dono/souvenir), grande o piccolo che sia, quando torna a casa. Probabilmente, il dare e il ricevere doni è un’esperienza così umana che ha spinto i vescovi asiatici a vedere nella gratitudine per la grazia abbondante ricevuta un’immagine adatta e una ragione per la missione. L’immagine del “dono” esprime il ringraziamento cristiano per questo dono gratuito e unico di Dio, Gesù il Figlio. Ogni giorno nell’eucaristia, parola greca che significa ringraziamento (eucharistein), diciamo: “È cosa buona e giusta rendere grazie sempre e in ogni luogo”. Spesso nella messa la preghiera sulle offerte si riferisce appunto al “sacro scambio di doni”.







