Contro tutti i fondamentalismi - L’Islam e il prezzo del martirio
Riportiamo parte di una lettera inviataci da Marcelo Barros, in occasione della commemorazione dell'assassinio dei sette monaci uccisi in Algeria. Una riflessione dall'America latina. Seguono alcune considerazioni di un'insegnante di Sesto Calende (Varese), in margine ai due articoli riguardanti le chiese del Maghreb pubblicati su M.O. di agosto-settembre.
CONTRO TUTTI I FONDAMENTALISMI
Ciò che caratterizza il fondamentalismo è l’ideologia del combattimento. C’è fondamentalismo perché c’è contrattacco, giacché, nella maggior parte dei casi si tratta di primo attacco, dato che il gruppo o le persone da loro considerate come nemici non lo sono realmente.
In America latina, la versione socio-politica di questa credenza religiosa si chiamava “dottrina della sicurezza nazionale”. Lo stesso titolo di “dottrina” mostra già il suo carattere di fondamentalismo religioso politico, che vede la necessità di combattere e di eliminare i pretesi nemici della civiltà cristiana.
Thomas Merton scriveva: “Tutti i politici della forza agiscono nel presupposto che il loro potere è, in qualche modo, supremo o assoluto. Una espressione di forze divine o storiche, o cosmiche. Di leggi eterne. Di principi supremi. Ed essi dicono di non aver ragione? La loro religione è l’assoluta corruzione per il potere” (p.203).
Nel 1964 il golpe militare, qui in Brasile, fu festeggiato con una grande marcia per Dio, per la famiglia e per la proprietà. Poco a poco, questi cristiani semplificarono la bandiera di lotta e scesero in campo per la difesa della “tradizione, famiglia e proprietà” contro i nemici della fede.
I fondamentalisti cristiani non sono neanche una briciola più umani di quelli di qualsiasi altra religione. Pensano di poter eliminare chi non la pensa come loro, come fanno i fanatici dell’Islam o di qualunque altro credo. Gustavo Gutierez mi raccontava il suo sconcerto nell’aver appreso che la sera del 24 marzo del 1980 a El Salvador, mentre nella cattedrale le comunità del popolo vegliavano il corpo assassinato dell’arcivescovo mons. Romero, in uno dei collegi religiosi tradizionali della stessa città, distante solo pochi isolati dalla stessa cattedrale, un gruppo non piccolo di ragazze, alunne delle suore, organizzavano una festa per la scomparsa dell’arcivescovo sovversivo. È vero che nessuna suora partecipò a quel tipo di celebrazione, ma il fatto è che la festa poté aver luogo in quel Collegio.
Ogni fondamentalismo, sia islamico, cristiano, hindu, o ebraico, è fratello del fanatismo, dell’odio e della esclusione di chi pensa diversamente. E fondamentalismo è sostantivo comune: ha genere, numero e grado. Ce n’è di più radicali e di più moderati. La malattia può sopraggiungere fulminea o graduale. Ma il virus è ugualmente pericoloso. La radice è la stessa e i frutti non sono migliori. Se tu sei mezzi fondamentalista, sei già sulla strada dell’odio. La lettera di Giovanni ci mette in guardia “Chi odia suo fratello, in cuor suo è un assassino” (1 Gv. 3,15).
Il ricordo di tutti i martiri ci faccia rinnovare la disposizione a liberarci di ogni seme di intolleranza, a intensificare la scelta di accogliere il diverso e a praticare la solidarietà come strada per costruire la pace. Nel momento che viviamo oggi in Brasile, questo ci porta ad impegnarci a lavorare per una riforma agraria integrale e perché si ponga fine definitivamente alla schiavitù vergognosa in cui vivono ancora migliaia di braccianti.
Vogliamo camminare lungo questa strada nel dialogo con l’Islam e con le altre religioni e pregando per tutti gli abitanti dell’Algeria e degli altri paesi dell’Africa, feriti dalla guerra civile. Come ha affermato dom Bernardo de Oliveira, abate generale dei Trappisti: “Solo una parola e una disponibilità al perdono ai propri nemici, può rompere la corrente dell’odio e della violenza”.
Vi invito a unirvi a noi in questo cammino, nella gioia di continuare e di rendere attuale l’opzione di san Benedetto. Abbraccio tutti nella gioia dell’amicizia e della comunione fraterna.
Vostro fratello MARCELO BARROS.
L'ISLAM E IL PREZZO DEL MARTIRIO
Ho riletto i due articoli sulle chiese del Maghreb apparsi sul numero di agosto/settembre di M.O. e mi sono piaciuti “ancora” molto. In particolare ho sentito vicino a me (fatte le debite proporzioni perchè io non ho che una particella infinitesima della fede e della spiritualità dei Padri trappisti) le frasi conclusive del testamento e mi sembra di comprendere il loro desiderio di non “far pagare all’Islam il prezzo del loro martirio”.
Tra gli appunti di quest’estate sulle gioie e i dolori di un tentativo di dialogo interreligioso ho trovato queste due frasi che mi sembrano vicine a quanto ho letto:
“È strano come causino in me uguale dolore le “accuse” ai musulmani e ai cristiani”.
“Parlo di Dio con chi non può pregare con me e con chi prega con me non parlo mai di Dio”.
MARIA RABOZZI, SESTO CALENDE (VA).






