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La politica aggressiva della Cina sul mercato internazionale inquieta ed il Paese è diventato il “capro espiatorio” di tanti nostri malanni. Ma non è tutto oro quello che luccica.

L'economia è principalmente orientata verso l'esportazione e gli investimenti all'estero riflettono l'esigenza di procurarsi materie prime ed energia per l'apparato produttivo, mentre all'interno i salari (e quindi anche i consumi) crescono lentamente e si allarga il fossato fra ricchi e poveri. Fra le vittime del sistema ci sono i lavoratori migranti interni (“i mingong”) ed esterni (che ritroviamo anche in casa nostra) e pure numerosi Paesi africani.

La strategia adottata in Africa privilegia Paesi ricchi di petrolio o di altre materie prime, ma “poveri di democrazia”.

Sostenendo l'ormai superato principio del diritto internazionale che non è lecita l'ingerenza negli affari interni degli Stati, non si condiziona la propria strategia di penetrazione alla situazione interna della democrazia: ecco perché alcuni Paesi africani (Zimbabwe e Sudan in testa) aprono con piacere le porte al gigante asiatico.

La stessa minaccia della Cina di utilizzare il proprio diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu ha talvolta impedito che determinate risoluzioni fossero più incisive, come si è verificato nel caso del Darfur. Si temono forse le giuste rivendicazioni per l'occupazione del Tibet? Si vuole evitare che si faccia il punto sulla situazione dei diritti umani in Cina?

Nel Paese del dragone si stanno verificando grandi cambiamenti: il dossier ne presenta alcuni significativi.



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