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CASO PCB: ECCO COME TI DISTRUGGO L’AMBIENTE

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La globalizzazione evoca un mondo ridotto dal mercato a spazio unico di circolazione delle merci, del denaro, delle braccia, delle informazioni, ma anche delle sostanze tossiche e dell’inquinamento. Aspetto quest’ultimo spesso lasciato in secondo piano, confinato nell’ambito specialistico dei cultori dell’ecologia e tuttavia così importante per la qualità futura del mondo globale che vorremmo.

La storia dei PCB (poli-cloro-bifenili) è in questo senso emblematica, una sorta di anticipazione di problemi che in questo avvio di millennio sono destinati a presentare il conto all’umanità intera. Per narrarla dobbiamo compiere qualche passo indietro, scoprendo che da tempo gli attori principali dell’attuale globalizzazione stavano operando per preparare gli esiti controversi di cui oggi si discute.

Dobbiamo occuparci di un ramo dell’innovazione tecnico-scientifica che ha segnato più in profondità il secolo scorso, la chimica.

Essa volle presentarsi fin dall’inizio come attività eminentemente creatrice, in continuità con l’atto divino originario della Genesi, compimento di ciò che potenzialmente la Natura da sempre contemplava, ma che solo grazie al genio umano da essa si sarebbe sprigionato.

La chimica, quindi, innanzitutto concorse a creare quella tecnosfera che si è sovrapposta, sempre più ingombrante, alla biosfera e che rappresenta oggi il “mondo artificiale” del Mercato globale.



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