Brasile, missione difficile
Pontificia Unione Missionaria (PUM) a confronto.
L’UNIONE MISSIONARIA IN BRASILE
Non è ancora stata fatta una ricerca sistematica dei documenti che permettano di scrivere la storia dell’Unione Missionaria del Clero in Brasile. Da una lettera scritta nel 1947 dal card. Jaime Câmara, Arcivescovo di Rio de Janeiro, veniamo a sapere che:
- il Brasile aveva nella persona del cardinale di Rio un presidente nazionale, nominato dalla Congregazione di Propaganda Fide;
- era già in atto lo sforzo di erigere canonica mente in ogni Diocesi l’Unione Missionaria del Clero con il rispettivo Consiglio Diocesano (direttore, segretario e teso riere).
L’opera aveva già il suo bollettino ufficiale (la rivista Fides, diretta allora da Padre Ditino de la Parie, CMF). Direttore nazionale dell’Unione era mons. Armando Lacerda, del clero di Rio; la sede ufficiale “permanente” della Commissione Nazionale era nella curia della stessa Arcidiocesi. Nello stesso anno, mons. Lacerda faceva questa amara constatazione: “Consultando la Rivista del Segretariato Internazionale della UMdC, intitolata Líber Annalis, verifichiamo che tra tutte le nazioni cattoliche del mondo ivi brillantemente rappresentate, il Brasile non appare con il decoro, la dignità e la categoria che gli competono”.
UN’ESPERIENZA MISSIONARIA UNIVERSALE
Settembre 1962 – I vescovi brasiliani salgono sull’aereo messo a loro disposizione dal Presidente della Repubblica e cominciano il loro viaggio verso Roma, al Concilio Vaticano II. Sull’aereo fanno la prima esperienza di “Concilio”. Abituati ad una vita piuttosto solitaria e con scarsi contatti tra di loro, questi uomini non lo sanno, ma sono chiamati a passare tre mesi gomito a gomito, per quattro anni di seguito. La messa che celebrano sull’Atlantico prima di posarsi sul suolo italiano, ha un sapore decisamente speciale.
Poi i lavori conciliari. Nuova esperienza: convivere con confratelli africani, asiatici, europei... Senza pericolo di essere smentiti, possiamo dire che per i vescovi che vi hanno preso parte, il Concilio colpì molto di più per ciò che ci fu di vissuto che non per i documenti scritti. E fu senz’altro un’esperienza missionaria, universale.
E quando, alla fine del 1965, tornarono definitivamente in diocesi, erano uomini diversi, segnati, disponibili al discorso della missione universale della Chiesa, secondo il dettato conciliare che recita: “La cura di annunziare il Vangelo in ogni parte della terra appartiene al corpo dei pastori, ai quali tutti, in comune, Cristo diede il mandato, imponendo un comune dovere” (LG 23). E ancora: “Tutti i vescovi, in quanto membri del corpo episcopale che succede al collegio apostolico, sono stati consacrati non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo. Il comando di Cristo di predicare il Vangelo ad ogni creatura riguarda innanzitutto e immediatamente proprio loro, insieme con Pietro e sotto la guida di Pietro. Da qui deriva quella comunione e cooperazione a livello delle Chiese, che oggi è così necessaria per svolgere l’opera di evangelizzazione. In forza di questa comunione, le singole Chiese sentono la preoccupazione per tutte le altre, si informano reciprocamente dei propri bisogni, si scambiano l’una con l’altra i propri beni, essendo l’estensione del corpo di Cristo dovere dell’intero collegio episcopale” (AG 38).
Purtroppo, quando rimisero piede in diocesi, l’affanno delle attività quotidiane raffreddò e spense, in molti, quel fuoco benedetto del Concilio.
UNA NUOVA COSCIENZA STA CRESCENDO
L’idea che le Chiese del subcontinente non potevano considerarsi eternamente oggetto della missione si fece largo poco a poco. In una dichiarazione della XIII Assemblea annuale della Conferenza episcopale brasiliana (1973) leggiamo: “Il Concilio Vaticano II è stato abbastanza chiaro quanto all’indole missionaria della Chiesa (LG 17) [...]. Esso chiede l’impegno di ognuno dei vescovi, uno sforzo affinché la diocesi tutta diventi missionaria (AG 38). Davanti a tali affermazioni conciliari non possiamo restare tranquilli nel notare uno sconcertante deficit di spirito missionario, forse eredità di una comoda dipendenza spirituale dai nostri fratelli missionari di altre terre e di un cristianesimo egoista del ‘Salva l’anima tua’. Una cosa è certa: tale apatia, nella Chiesa del Brasile, ha conseguenze disastrose, che vanno dal rachitismo all’assenza del senso di responsabilità all’interno delle nostre comunità, e anche al disinteresse per i territori di missione e per le necessità della Chiesa universale” [...]. È in vista del superamento di questo punto morto dalle conseguenze pastorali molto più serie di quanto può sembrare a prima vista, che fu decisa la creazione del Consiglio Missionario Nazionale” (Comunicado Mensal, Organo Ufficiale della CNBB, febbraio 1973, p. 362).
UNA CHIESA VIVA È NECESSARIAMENTE MISSIONARIA
Stimolata dall’azione lucida e perseverante di vescovi come Aloísio Lorscheider, Ivo Lorscheiter e Luciano Mendes de Almeida che si succedettero alla presidenza della CNBB per quasi trent’anni, la coscienza missionaria della Chiesa del Brasile poco a poco cambiò e portò frutti.
In una lettera (25.08.1983) di mons. José Martins da Silva, responsabile del Settore Missionario della CNBB, troviamo questi numeri riguardanti i missionari del Brasile all’estero:
- Africa: 152
- Asia e Oceania: 33
- Americhe: 157
- Europa: 130
- Roma (a serviços da Congregação ou para estudos): 382
- Totale: 854
(Cf. Comunicado mensal – CNBB, agosto 1983, p. 823)
Venticinque anni dopo, la statistica fornita dal sito www.alemfronteiras.org.br del COMINA, presenta i seguenti dati: 2009 - Missionari brasiliani nel mondo:
- Africa: 563 = 29,23%
- Asia: 96 = 4,98%
- Oceania: 12 = 0,62%
- America del nord: 16 = 3,43%
- America centrale: 129 = 6,7%
- America meridionale: 519 = 26,95%
- Europa: 495 = 25,8%
- Totale: 1830 = 97,71%
Il numero di missionari e missionarie brasiliani impegnati all’estero, più che raddoppiato in venti anni, è un segno certamente positivo, ma non deve trarre in inganno. Prima osservazione: più del 95% dei missionari e missionarie sono membri di Congregazioni religiose. Chi decide l’invio, chi esige un rendiconto, chi appoggia logisticamente (intendendo “logistica” nel suo senso più ampio) è la congregazione attraverso i suoi superiori.
Da ciò scaturiscono alcuni “effetti collaterali” negativi: il missionario, la missionaria non si sente “inviato” dalla sua Chiesa di origine, ma dalla Congregazione; la Chiesa di origine non conosce o comunque rimane nella penombra, perdendo così la ricchezza spirituale (e l’arricchimento pedagogico) che il legame del missionario con la sua Chiesa d’origine produce normalmente. L’esperienza dell’arricchimento spirituale, della sensibilizzazione vocazionale e dell’apertura affettiva e mentale decorrenti dall’abbondanza degli scambi tra i missionari e la loro comunità d’origine, resta grandemente danneggiata.
Per questo, nel lavoro d’animazione missionaria che facciamo con i vescovi, sacerdoti, religiosi e laici impegnati, la preoccupazione di restaurare i ponti tra missionari e Chiesa d’origine è sempre presente.
Un vescovo “tira le orecchie” ai missionari
Un giorno chiamarono mons. Luciano Mendes de Almeida a predicare ad un gruppo di missionari italiani riuniti per gli Esercizi Spirituali annuali. Senza mancare alla sua proverbiale finezza, il Vescovo, allora Presidente della CNBB, trovò modo di ricordare ai missionari: “Noi ammiriamo la vostra generosità. Avete lasciato famiglia, patria, tutto e vi siete infilati nelle regioni più abbandonate e bisognose. Avete formato comunità, costruito cappelle e chiese...
Siete stati bravi, non c’è che dire. Ma in un punto avete fallito. Siete stati missionari con noi, ma non ci avete aiutato ad essere missionari anche noi.
Noi brasiliani sentiamo una certa invidia guardando giovani che hanno lasciato l’Italia, la Francia, la Spagna, patria della loro vocazione, per venire a spendere la loro vita in Brasile. E noi non abbiamo questa esperienza, il desiderio di averla ed il coraggio di metterla in pratica. Abbiamo molti missionari stranieri e pochi latinoamericani che si dedichino ad una attività missionaria, per esempio tra gli indios. Perché questi nostri fratelli ci insegnano tanto? Perché noi ci sentiamo chiamati più alle nostre città ed alle nostre campagne e gli altri, voi, siete più capaci di attraversare i mari.
Come i pagani dicono ai cristiani: “Insegnateci chi è Gesù Cristo!”, noi, Chiese dell’America Latina chiediamo ai missionari che insegnino anche a noi la gioia della missione al di là dei confini”.







