BANGLADESH / LA MINORANZA CRISTIANA ANCORA PIÙ ECLISSATA?
I casi accertati di Covid-19 a fine agosto 2020 hanno superato la soglia dei 313mila, con circa 2.500 nuovi casi al giorno. I morti sono oltre 4.200. Sorprende l’alto numero dei “guariti”: oltre 193mila, quasi due terzi. Questi i dati “ufficiali”, aggiornati dal Comitato nazionale, la cui serietà e validità sono messe in dubbio dagli esperti, anche per il basso numero di test effettuati e per lo scandalo dei test negativi “venduti” a caro prezzo. Un vero business giocato sulla pelle, ad esempio dei tanti migranti all’estero per lavoro, con preoccupanti risvolti internazionali.
L’IMPATTO ECONOMICO E SOCIALE
Le ripercussioni sociali e umanitarie sono pesanti: perdita del lavoro e del sostegno economico nelle attività “informali” e commerciali, nelle industrie tessili e farmaceutiche. I poveri sono aumentati a dismisura, così come i mendicanti disperati. Inoltre, la chiusura repentina da parte del governo di ben 25 fabbriche di lavorazione della iuta ha messo sul lastrico oltre 40mila operai stabili e giornalieri, e le rispettive famiglie. Fabbriche trascurate, che non si sono rinnovate, e che finora hanno continuato a lavorare con macchinari del tempo coloniale, sono ora alla mercé di facoltosi imprenditori privati che sono, sì, disposti ad acquistarle, ma a condizione di aver mano libera sulla loro trasformazione, manodopera compresa.
Tutto questo crea forte disagio soprattutto tra i poveri, che ulteriormente intimoriti dalla crisi sanitaria, soffrono più di tutti e non sanno come sbarcare il lunario e saldare i debiti familiari.
IL CONTROLLO DEI MASS MEDIA
Giornalisti e informatori sono tenuti sotto stretto controllo. Lo erano anche prima, soprattutto nei social media, quando operatori dei network sono stati assassinati, rimettendoci la vita, oltre che la professione. Il potere non tollera critiche, che vengono prese come “denigrazioni”.
In effetti, sono stati chiusi centinaia di profili di Facebook. Molti giornalisti sono stati censurati. Vari – oltre 200 – sono stati arrestati e incarcerati per “disinformazione” e di essi non si ha più notizia.
Giornali, media e bollettini devono riportare le parole e i dati “ufficiali”; ma viene data voce anche a chi si esprime in modo critico, facendo riferimento al generico: “gli esperti dicono, sostengono, raccomandano...”. Un caso eloquente è stato riportato dal quotidiano “The Daily Star” alcuni giorni fa. Si tratta del prof. Kalam Azad, direttore generale dei Servizi di Sanità Nazionale e membro del Comitato nazionale governativo per contrastare il virus che ha dovuto presentare le sue scuse. Infatti, in una conferenza stampa, aveva affermato: “Qualunque cosa io dica – come direttore – devo prima avere il permesso del governo”. Il giorno dopo ha dovuto presentare scuse formali per aver insinuato che “il Covid-19 non scomparirà in breve, in uno-due-tre mesi, ma richiederà uno-due-tre anni”. Sono state ritenute “parole sconsiderate e allarmanti”.
La critica principale riguarda la poca severità nel far seguire le norme precauzionali e di sicurezza, la poca serietà nel modo di condurre i test e di raccogliere i dati, la tendenza a fare dichiarazioni senza poi verificarne l’attuazione.
SCUOLE CHIUSE E GIOVANI IN PANICO
La chiusura immediata delle scuole all’apparire del Covid-19, ha causato gravi problemi sociali e familiari. Nessuno immaginava che l’interruzione del sistema scolastico durasse così a lungo. Anche in Bangladesh è stata lanciata e potenziata la didattica a distanza. Maestri e professori si sono dati da fare per raggiungere i loro studenti a domicilio usando i social media. Ma molti alunni non sono dotati di computer o iPhone. E quanti sono dotati di tali mezzi, spesso non sono supportati da una rete stabile ed efficace, che consenta un’interazione tra docenti e alunni, soprattutto nelle zone nelle zone rurali. Ora ci sono in ballo i fatidici “esami”. Gli studenti non sanno se si faranno o meno; se saranno tutti promossi per decreto o no; in che classe saranno collocati quando le scuole riapriranno… e via dicendo. Vari studenti, presi dalla disperazione, si sono suicidati.
LA TRAGEDIA DEI ROHINGYA
Sono trascorsi tre anni dalla fuga forzata del popolo Rohingya dal Myanmar al Bangladesh. Da allora, oltre un milione di profughi sono ospitati in 34 campi affollatissimi. L’80 per cento sono donne e bambini. Con 1.500 test giornalieri, il virus ha colpito moderatamente: 79 casi confermati, di cui 6 morti. Sono assistiti da ben 74 organismi internazionali e nazionali, ma a giugno solo il 27 per cento dei 309 milioni di dollari stanziati hanno raggiunto le Ong per i Rohingya.
I tentativi di fuga su “carrette di mare”, in cerca di una vita più dignitosa, sono finiti in balia dell’Oceano, in acque malesiane. Costretti a vivere con espedienti non sempre legali, a migliaia sono stati fatti fuori dalle “forze dell’ordine” con il sospetto/pretesto di essere criminali e spacciatori di droga. I narcotrafficanti offrono alle giovani donne allettanti promesse di matrimonio e lavoro, ma poi finiscono ai lavori forzati o come “schiave del sesso”.
Nessuno è stato ancora rimpatriato, nonostante gli sforzi e i tentativi a livello internazionale. Il futuro di questa popolazione resta incerto e rischia di diventare una piaga insanabile.
E LA MINORANZA CRISTIANA?
Come missionario – e giornalista –, cerco di vedere e ascoltare gli eventi del mondo con l’occhio e la mente di chi vuole raccontare, per informare persone e società, attraverso i vari media che oggi abbiamo a disposizione. Anche in Bangladesh questi mezzi sono diffusi e usati, e questo ci permette di bucare l’isolamento, di violare il lockdown che ci viene giustamente imposto.
Con il lockdown, infatti, è difficile essere “testimone” diretto, oculare, di situazioni e raccontarle con verità.
Anche la Chiesa cattolica non riceve a cuore aperto stimoli o critiche – neanche semplici domande. In tutto questo tempo non si è sentita una voce che proponesse cose sensate, una riflessione seria. A mio parere, l’isolamento ecclesiale è stato un “disastro pastorale”: ha portato a un’indifferenza pericolosa e contagiosa.
Durante l’ultimo ritiro spirituale con il clero diocesano, ho domandato a un prete amico: “Come passi il tempo?”. “In camera”, mi ha risposto. “Tutto il giorno in camera?”. “Sì, rispetto l’isolamento”. “E la tua gente come sta? Come se la passa?”. “Non so dirti, sono in isolamento...”.
Come può un pastore isolarsi dalle sue pecore? Non cercarle, non sapere come stanno, cosa provano, come e dove vivono questo tempo di disagio? A un ordine del vescovo, le chiese riapriranno e il pastore, forse, lamenterà la poca frequenza alle funzioni religiose. Qualche pecora forse domanderà al pastore: “E tu dove sei stato finora?”.
Credo che ci si possa proteggere senza isolarsi. L’isolamento dei pastori vuol dire isolarsi dalle pecore, tenerle lontane: una comoda convenienza, con il pretesto ragionevole di salvare la propria pelle e di obbedire alle disposizioni dei vescovi.
QUALE MISSIONE IN TEMPO DI PANDEMIA?
Mi chiedo cosa farebbe il Buon Pastore in tempo di pandemia... Come missionario, sento l’esigenza di far emergere e raccontare i sentimenti interiori, di condividere le preoccupazioni personali e altrui.
Tutto ciò è indispensabile per cercare un senso a questa situazione senza precedenti e trasformare la crisi in opportunità missionaria.
Qualcuno di noi ha continuato a essere “attivo”, esponendosi al pericolo, sia pur con le dovute cautele.
Altri si sono facilmente rassegnati e, con il pretesto del virus, sono restati in comodo isolamento, trascurando quella “prossimità” richiesta dal Vangelo.
Ricordo volentieri i nostri missionari al tempo dell’ebola in Africa: un attacco virale catastrofico in un paese povero come la Sierra Leone. Allora i missionari si sono recati in visita a tutte le comunità, grandi e piccole. Mantenendo le distanze di sicurezza e con tutte le precauzioni del caso, si sono resi “vicini”, dando a ciascuna famiglia le medicine e il cibo necessario, e soprattutto la speranza di continuare a vivere. Meritano ammirazione: è il modo giusto per dimostrarci fratelli e sorelle in un’unica famiglia umana.
DOVE IL VIRUS NON ATTACCA
Sulla prima pagina di “The Daily Star” del 26 giugno, due giornalisti hanno descritto una situazione strana: “Dove il Covid è curiosamente quieto”. Tutti si aspettavano che il Virus mietesse vittime soprattutto nei 20 popolosi slum della capitale. E invece no: difficile incontrare qui casi di contagio. Nonostante l’affollamento, le precarie condizioni igieniche, gli scoli all’aperto, la vulnerabilità generale degli abitanti, i due corrispondenti in visita hanno sentito ripetersi: «Qui non ci sono casi di Covid; non abbiamo malati di virus; questa è una malattia per i ricchi... La gente si ammala come prima, ma non per il virus. Una donna confessa: “Non porto la mascherina perché non abbiamo casi di Virus”. Un’altra: “La mascherina? Ho ben altro a cui pensare: cosa cucinerò questa sera per la mia famiglia!”».
È lecito sospettare una certa omertà sociale, per non avere noie, ma fa anche un certo piacere sapere che il virus abbia risparmiato i più poveri da guai maggiori, anche se previsti.







