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Alfred Ancel, Ripartire dal vangelo vissuto

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Per questa nota su Ancel al Concilio, ho tenuto conto degli archivi del Prado (la famiglia spirituale fondata in Francia più di 150 anni fa da p. Antoine Chevrier, il cui carisma è la condivisione della vita con i più poveri) a Lione. Ho attinto al capitolo 11 della biografia di Olivier de Berranger, “Un homme pour l’Evangile, Alfred Ancel 1898- 1984”, (Centurion, Paris 1988), che ne illustra l’impegno e l’attività al Vaticano II, come pure alla monumentale opera di Giuseppe Alberigo, “Storia del Concilio Vaticano II” (Il Mulino), che riporta una ventina di citazioni di interventi e impegni del vescovo ausiliare di Lione.

Ho conosciuto Alfred Ancel (1898-1984) andandolo a visitare a Gerland nel luglio 1959. Viveva con un altro sacerdote e due laici, di cui uno italiano, in questo quartiere della periferia di Lione abitato da immigrati algerini, spagnoli, italiani. Il suo lavoro consisteva nel preparare pezzi di stoffa per gli imballaggi della fòrmica. Era un caldo pomeriggio e lui, in maniche di camicia, con il ferro da stiro in mano continuava a lavorare e a raccontarmi il Vangelo. Erano parole conosciute, ma mi penetravano come nuove, perché venivano dalla sua vita e testimoniavano una fede semplice e profonda.

Vescovo ausiliare di Lione e superiore generale del Prado

Ancel era vescovo ausiliare di Lione e superiore generale del Prado. Da cinque anni aveva ottenuto da Roma il permesso di abitare in una vecchia stalla di cavalli. L’aveva adattata ad abitazione insieme con i suoi compagni. C’era una cucina dove lavorava e preparava il cibo per i fratelli, uno stanzone al piano superiore, adibito a dormitorio (si dormiva su un pagliericcio) e cappella (un semplice tramezzo dava la possibilità di una stanzetta adibita a questo scopo).

Nel gennaio dello stesso anno, Papa Giovanni aveva annunciato il Concilio, che voleva ecumenico. Nel frattempo era stata inviata a vescovi e cardinali una lettera per chiedere pareri, suggerimenti. La Segreteria di Stato e le congregazioni romane avevano ricevuto l’incarico di redigere degli schemi sui problemi più urgenti della Chiesa. Ancel, impegnato con i preti operai e convinto della necessità di un’evangelizzazione nuova anche a partire da una conversione strutturale della Chiesa, si trovò a disagio a rispondere all’invito di Roma.

La Chiesa in Francia si era definita “in missione”, grazie al libro di H. Godin e Y. Daniel, France pays de Mission?”. A Parigi, sotto l’alto patrocinio del card. Suhard, vedevano la luce nuove vie di apostolato, la “Mission de France” e la “Mission de Paris”. Lo stesso cardinale aveva dato un contributo speciale alla spiritualità missionaria con le sue famose lettere: Essor ou déclin de l’Eglise?, tradotta in italiano con il titolo Agonia della Chiesa; Le sens de Dieu; Le prêtre dans la cité. In quest’ultima si indicava una presenza nuova della Chiesa soprattutto nel mondo operaio, che ormai si organizzava su basi non cristiane, confidando nell’ideologia marxista.

In questo contesto, la Chiesa di Francia percepiva il Concilio più come un’imposizione della teologia romana che come un dono e un’opportunità per il paese.

Uno dei promotori del grande evento conciliare

Inviando il suo parere alla commissione antepreparatoria, Ancel non nascondeva “un sentimento confuso di difficoltà per la posizione romana che assomiglia un po’ a quella di un prefetto dello Stato nei confronti dell’esecutivo”. La fase preparatoria del Concilio aveva prodotto ben 71 schemi, che, secondo Roma avevano bisogno soltanto di essere ratificati dai Padri conciliari.

Tuttavia l’obiettivo pastorale del Concilio proposto da Papa Giovanni lasciava spazio alla speranza.

Così scriveva Ancel alla Commissione preparatoria: “Ciò che ci attendiamo non è una lista di errori che si oppongono in diverse maniere alla fede, né una esposizione scolastica della verità della fede, ma la manifestazione chiara della Verità che Dio ha rivelato agli uomini per illuminare tutta la loro vita individuale e sociale, terrestre o definitiva dopo la loro morte”. Con le lettere che pubblicava sulla rivista del Prado, Ancel aiutò i preti della sua famiglia spirituale a vivere il Concilio più da vicino.

All’interno dell’episcopato francese cercò di animare la preparazione sottolineando l’aspetto evangelico, il senso della missione come servizio e la conversione della Chiesa ai poveri più che l’organizzazione ecclesiastica. “È risaputo, grazie alle confidenze di mons. Garrone, che Ancel fu uno dei promotori dell’avvenimento che rivoluzionò il metodo conciliare e fu conosciuto come l’incidente Lié- nart. Garrone parlò con Ancel circa la necessità di un intervento in aula per cambiare le regole prestabilite per l’elezione dei membri delle commissioni. Insieme al vescovo di Talca (Cile) e al liturgista Martimort elaborò un testo da affidare al card. Liénart sul metodo del Concilio. Il 13 ottobre il cardinale lesse questo memorabile intervento chiedendo a nome dei vescovi di Francia che le elezioni per le dieci commissioni conciliari fossero rinviate di alcuni giorni, per poter accordarsi su nomi conosciuti ed eletti da tutti i vescovi. Il card. Frings di Colonia appoggiò la proposta e Giovanni XXIII finì per accoglierla. Ancel venne eletto nella commissione teologica insieme ad altri vescovi che diedero un respiro nuovo e una maniera universalistica di procedere” (Un homme pour l’Evangile, p. 213). Il pensiero della Chiesa di Francia fu determinante nel rifacimento degli schemi.

La teologia francese di Congar, De Lubac, Chenu, Daniélou, e il tema della missione della Chiesa nel mondo diventarono una componente particolarmente viva delle commissioni conciliari ed ebbero una ricaduta profonda in tutti gli schemi.

Per una Chiesa povera

Un’altra segnalazione importante del lavoro di Ancel al Concilio è il suo costante riferimento alla Chiesa povera per evangelizzare i poveri. Fin dall’inizio, con altri vescovi, partecipò agli incontri animati dal card. Lercaro che indicavano nella Chiesa povera, non tanto un’opzione preferenziale per i poveri, ma un modo di vivere la fraternità umana (a partire dagli ultimi).

Questa era per lui la carta evangelica che poteva aiutare la Chiesa a superare la tentazione del giuridicismo, del potere, la ricerca di un primato nell’umanità: “Sottrarsi al fascino dell’ordine giuridico che rischia di sfigurare la Chiesa, è rendere il volto della Chiesa attraente per credenti e non credenti”.

E concludeva: “Il santo Vangelo non è esposto invano ogni giorno nell’aula del Concilio. Non è sufficiente considerarlo un libro di spiritualità, né adoperarlo per illustrare delle tesi dogmatiche. È piuttosto come la sorgente stessa della dottrina che noi dobbiamo accogliere, perché lo è in verità”.


VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE “GAUDIUM ET SPES”

Gli interventi di Ancel al Concilio furono in tutto 22, di cui 13 orali. Il suo lavoro si concentrò sul famoso schema 13 della “Gaudium et spes”: era la vita stessa del vescovo Ancel, non solo la dottrina; era l’evangelizzazione, non solo la pastorale. Lo schema (inizialmente schema 17) non voleva essere un trattato ma un invito alla Chiesa ad essere una presenza di amicizia e di amore per tutta l’umanità, appunto “gioia e speranza” del mondo. Ancel fu nominato vicepresidente della commissione della “Gaudium et spes”, risultandone l’effettivo presidente a causa della malattia di mons. Guano.

Propose alla commissione quattro tracce di lavoro:

  • “1) I problemi dell’esercizio della giustizia e della carità fraterna sia individuale sia sociale;
  • 2) I problemi della pace e dell’unione fraterna tra tutti i popoli che formano la grande famiglia umana;
  • 3) L’evangelizzazione dei poveri e di coloro che sono lontani;
  • 4) Le esigenze del rinnovamento evangelico per i pastori e i fedeli della Chiesa”.

Questo schema era per Ancel l’annuncio di un cristianesimo a servizio di tutta l’umanità e si ispirava al mistero di Cristo. Il contributo più importante al Concilio Ancel lo diede alla preparazione e redazione di questo schema, quale frutto del suo impegno apostolico.

Ma fu rilevante e decisivo anche il contributo offerto all’approvazione della dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae.

Il suo intervento in aula aiutò a comprendere che solo attraverso la libertà di coscienza si poteva cogliere la luce di Dio: “Su questo principio tutti coloro che aspirano nel loro cuore alla verità e alla giustizia potranno essere d’accordo con noi anche se non sono credenti...

poiché non soltanto non c’è opposizione tra la libertà religiosa e l’obbligo di cercare la verità, ma la libertà religiosa si fonda su quest’obbligo e l’obbligo di cercare la verità richiede la libertà religiosa”.



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