A PROPOSITO DI FAMIGLIA CARISMATICA SAVERIANA
P. Antonio Germano Das, missionario saveriano da 49 anni tra i fuori casta in Bangladesh, interviene, con questa sua lettera, nel dibattito sull’espressione “Famiglia Carismatica Saveriana”, discordando dall’aggettivo “Carismatica”, che impoverirebbe la portata immensa dell’espressione del Fondatore dei Saveriani, san Guido M. Conforti: “Fare del mondo una sola Famiglia…”. Di seguito una sintesi della sua “lettera”.
A PROPOSITO DI FAMIGLIA CARISMATICA SAVERIANA
DI ANTONIO GERMANO DAS
CHUKNAGAR, 7 GENNAIO 2026
L’aggettivo “Carismatica”, aggiunto a Famiglia Saveriana, è nuovo nella tradizione saveriana e non mi sembra aggiunga altro al carisma che già ci caratterizza: la missione. Aggiungere altro è un po’ sminuire la portata immensa che l’espressione aveva nella mente del Fondatore. Il termine sembra in sintonia con le movenze attuali della Congregazione, più rivolta ad intra, con una tendenza narcisista, che ad extra. La Famiglia deve rimanere come la concepiva il Fondatore, nella sua visione.
L’intuizione originale “Fare del mondo una sola famiglia…”, da cui scaturì “l’audace progetto della missione”, è in perfetta sintonia con l’anelito di Gesù nella “preghiera sacerdotale”: “Che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (ut omnes unum sint). Nel contesto attuale, del “villaggio globale”, ritornare al Fondatore significa tonificare i polmoni respirando aria di mondialità. Come Saveriani, non siamo reliquie del passato, ma segno e profezia della progettualità di Dio in un mondo segnato dall’odio e dalla divisione, giostra di poteri sempre pronta ad esplodere e a far valere le proprie ragioni con la forza delle armi.
[…] Tempo fa, partecipando la mia esperienza su un mensile della mia regione di origine, ilPonte, mi esprimevo così: «Mi piace il titolo del vostro mensile, che vuole esprimere, immagino, la necessità di stabilire rapporti di conoscenza, reciprocità e solidarietà con chi sta dall’altra parte del ponte. Posso garantirvi che passando il ponte e calandomi in questa realtà, gli orizzonti cambiano e la visione delle cose acquista un’altra dimensione, prima insospettata. Transitando il ponte, si pensa che si abbia qualcosa da dare. Invece, la prima operazione richiesta quando si arriva è quella di deporre e svuotare il proprio bagaglio di presunzione e sufficienza e porsi in atteggiamento umile di ascolto. Mi vengono in mente le parole dell’Esodo rivolte da Dio a Mosè: “Togliti i sandali, perché la terra dove metti i piedi è sacra!”».
L’esperienza dei miei quasi 49 anni di immersione in quest’altra parte del ponte, che sembrano tanti, ma sono sempre pochi per comprendere, mi ha fatto capire che quello che ho ricevuto è immensamente di più di quello che ho potuto dare. Mi limito a sottolineare il valore dell’ospitalità. Nella lingua bengalese c’è un’espressione significativa, che ne definisce la sacralità, Otithi Narayon, che è come dire: l’ospite è una divinità. A distanza di anni, ripensando a quello che ho sperimentato, penso che questo sia l’aspetto più saliente di questo popolo e della sua cultura.
[…] Sono dell’avviso che se le parole non sottendono un’esperienza di vita son vuote, non dicono nulla. Ritornando allo spirito di famiglia, intuizione fondante della saverianità, penso che l’aspetto dell’ospitalità, così caratteristico di questa parte del mondo, debba essere accolto, coltivato e manifestato nelle nostre comunità. Non club esclusivi, quindi, le nostre comunità, roccaforti dove rifugiarsi o zone di sicurezza dove sia garantita la continuità della patria o delle patrie, ma luoghi solari, aperti, accoglienti, punto di incontro e confronto, dove sia assente l’ansia di difendersi e prevalga invece l’apprezzamento, l’ammirazione, la capacità di ascolto, che, senza diluirsi nell’altro perdendo la propria identità, si arricchisca nella reciprocità dello scambio. In altri termini, la nostra presenza nei vari punti del globo è il fermento, di cui parla il Vangelo, che, nell’espandersi, cambia e trasforma quello che incontra. È il Regno di Dio, la Famiglia di Dio, punto terminale, in cui ogni essere umano trova il suo posto e la sua giusta collocazione senza complessi di superiorità o di inferiorità, ma con la comune coscienza di essere figli dello stesso Padre, che non fa distinzioni di sorta e abbraccia tutti con lo stesso e indivisibile amore.







