
From the Editor's Desk
"The Tablet" – 19 giugno 2014
La velocità con cui il conflitto in Siria si è esteso all’Iraq nelle ultime due settimane ha stupito l’intero Medio Oriente e suscitato costernazione nelle capitali praticamente ovunque nel mondo. L’esercito ribelle noto come Isis – Stato islamico dell’Iraq e della Siria – ha agito con la massima crudeltà nelle fasce di territorio iracheno che ha conquistato da quando ha lanciato il suo attacco, i resoconti parlano di centinaia di prigionieri di guerra massacrati senza pietà e di civili terrorizzati costretti a sottomettersi. Per di più un nuovo termine è stato aggiunto al vocabolario dell’estremismo islamico: Takfiri [Nota:1].
Questo estremismo, infatti, è addirittura peggiore di quello che il suo predecessore militante al-Qaeda potesse ammettere.
Un takfiri esige l’esecuzione sommaria di chiunque sia ritenuto un apostata o un infedele, secondo la definizione più rigida possibile dell’ortodossia islamica sunnita come praticata dai salafiti. Ciò include chiunque appartenga a qualsiasi gruppo musulmano ritenuto eretico, minacciando intere popolazioni sciite e curde e i sunniti moderati. Ciò che questi rischiano di dover fronteggiare è poco meno di un genocidio, o la sua versione religiosa.
L’Isis è ricco, ben organizzato ed equipaggiato, disciplinato e temprato dalle battaglie a cui ha partecipato nella sanguinosa guerra siriana. Inoltre, ha reclutato uomini da ciò che resta del vecchio partito Baath di Saddam Hussein. Il suo scopo è istituire un califfato – una teocrazia islamica unificata governata dalla più rigida sharia –, che probabilmente sarebbe in uno stato di guerra perenne con i vicini. Esso costituirebbe una minaccia per la pace e per la stabilità di numerosi Stati del Golfo, dell’Arabia Saudita e della Giordania, e renderebbe inevitabile un più profondo coinvolgimento dell’Iran. L’Iran reclama il diritto di proteggere gli interessi sciiti – persone e cose – ogni volta che siano in pericolo, e questi sono ora gravemente minacciati dall’Isis.
Tutto ciò ha avuto il paradossale effetto di mettere l’Iran dalla stessa parte dell’Occidente, e specialmente del suo vecchio nemico, gli Stati Uniti.
Il paradosso risulta ancora più grande nel paragone con la Siria, dove l’Isis è in lotta con il regime di Assad, sostenuto dall’Iran, e si trova a fianco dell’Esercito libero siriano, che finora l’Occidente ha appoggiato. In base al principio secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, l’Occidente potrebbe dopo tutto trovarsi alleato con Assad, o almeno augurarsi che il suo esercito possa eliminare le basi dell’Isis dal territorio siriano.
Ciò che complica la situazione nello stesso Iraq è il fatto che il governo di Nouri al-Maliki a Baghdad si è alienato la simpatia di molti sunniti e curdi favorendo gli appartenenti al suo stesso clan, la minoranza sciita. Ma i sunniti potrebbero rimpiangere il giorno in cui hanno accolto l’Isis come liberatori, una volta sperimentata la terrificante oppressione che porta con sé. Questa è talmente estrema che l’Isis potrebbe addirittura autolimitarsi, perché la natura umana si ribella contro i suoi stessi eccessi.
Ciononostante, pur con tutto il suo potere e la sua forza, l’Occidente potrebbe non essere in grado di salvare l’Iraq. Il paese potrebbe essere condannato a dividersi in tre parti, con una regione sunnita dominata dall’Isis opposta a regimi autonomi di sciiti e curdi.
Sono probabili movimenti di massa delle popolazioni interessate e un grande problema di profughi, con sofferenze tali da far sembrare poca cosa ciò che si è visto in Siria.
Si tratta di una grave catastrofe umanitaria in arrivo. Pare che non ci sia nulla che l’Occidente possa fare per impedirla e molto poco per alleviarla.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell'editore
© The Tablet Publishing Company Ltd.
[1] Il musulmano che accusa un altro musulmano di apostasia. (n.d.t.)



