
"The Tablet" - 30 novembre 2013
Il piano che papa Francesco desidera che la Chiesa cattolica segua sta emergendo tratto dopo tratto a partire dalla sua elezione nel marzo 2013, ma ora lo ha delineato in dettaglio. Vuole un cambiamento della cultura e del carattere della Chiesa, nelle sue priorità e strutture. Vuole una Chiesa sveglia, che non segni il passo, ma vada avanti nel mondo, infangandosi le scarpe nelle strade, per annunciare il messaggio dell’infinita cura di Dio per ogni sua parte, per quanto piccola sia.
A proposito dell’uso del “noi”, dichiara che non è tanto un ritorno al “noi” papale della tradizione, quanto un’esclamazione di gioia da parte dell’intera Chiesa: “Noi amiamo questo magnifico pianeta su cui Dio ci ha posto…”. È un esempio della contagiosa esuberanza con cui egli ha già toccato i cuori di milioni di persone in tutto il mondo, con numerosi gesti pregni di significato.
Nonostante sia tecnicamente definita un’esortazione apostolica, il testo di Evangelii gaudium è anche letteralmente ciò che il titolo fa presagire: il papa gioiosamente esorta il suo gregge a ripensare tutto ciò che quest’ultimo fa nella prospettiva dell’unico obiettivo chiave, quello dell’evangelizzazione. Ma facendo questo, egli lo ridefinisce non come un processo di “chiesificazione”, ma quasi l’opposto. Vecchie certezze e modi familiari cadono tutti sotto la sferza della sua prosa a volte fulminante. “Piuttosto che esperti dediti a fosche previsioni, o severi giudici impegnati ad estirpare ogni minaccia e deviazione, noi dovremmo apparire come gioiosi messaggeri di proposte sfidanti, guardiani della bontà e della bellezza che brillano in una vita di fedeltà al Vangelo”.
Una Chiesa di compassione e di misericordia
Contrariamente a coloro che mettono l’evangelizzazione sullo stesso piano del semplice incoraggiamento ad andare in chiesa, egli abbraccia “tra i fedeli quelli che conservano una fede profonda e sincera, esprimendola in modi diversi ma raramente prendendo parte al culto”. Ricordando ai preti che il confessionale non deve diventare una “camera di tortura”, egli saluta chiunque faccia “un piccolo passo, in mezzo ai grandi limiti umani” che possa far più piacere a Dio “che una vita che appare esternamente in ordine ma che si muove attraverso la giornata senza affrontare grandi difficoltà”. Questo è uno stile pastorale che non consente che il meglio sia nemico del bene. “L’eucaristia”, egli dice, “nonostante sia la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per coloro che sono perfetti, ma una potente medicina e un nutrimento per i deboli”.
Papa Francesco ha dato il via a un grande dibattito nella Chiesa circa il modo in cui essa tratta divorziati e risposati, se essi debbano continuare ad essere esclusi, come le norme prescrivono, dal ricevere la santa comunione. Sulla base di tali osservazioni non è difficile intuire da che parte egli stia. Ma è chiaro che tale questione rappresenta anche molto altro: in quale considerazione la Chiesa tenga i suoi membri che non rispettano tutti i minimi dettagli del suo insegnamento morale, che poi sono la maggioranza: omosessuali, eterosessuali, celibi o nubili, sposati, divorziati, casti, conviventi, utilizzatori di contraccettivi, ecc. La Chiesa deve mostrare loro compassione e misericordia. Questo è il modo in cui essa li evangelizza. Ma insistendo sulla circostanza che lo stile della nuova evangelizzazione che egli desidera vedere all’opera debba essere inclusivo e non esclusivo, papa Francesco solleva questioni per le quali potrebbe non essere ancora pronto. La misericordia potrebbe essere una buona politica pastorale, ma non equivale a una nuova etica sessuale. Che dire, per esempio, se l’enciclica del 1968 sul controllo delle nascite fosse semplicemente sbagliata? Questo è ciò che sembra dire la grande maggioranza dei cattolici che hanno partecipato all’attuale consultazione sui lineamenta che chiude oggi, 30 novembre.
Le implicazioni di vasta portata del dare la precedenza ai poveri
Se c’è ira nell’animo di papa Francesco, egli non la riserva per coloro che conducono vite private non conformi ad alcuni ideali cattolici, ma per coloro che sfruttano i poveri, aumentandone ulteriormente la povertà. In un documento che sarebbe stato più accessibile se fosse stato molto più breve, questo è l’unico argomento su cui sarebbe stato necessario che egli si soffermasse in maniera più vasta. Il suo duro attacco ai disastri provocati dal libero mercato non piacerà né ai neoconsevatori né ai neoliberali, a volte le stesse persone, ma egli non dice abbastanza per difendersi da scontate repliche.
“La sete per il potere e per i beni non conosce limiti”, egli dichiara. “In questo sistema, che tende a divorare qualunque cosa si frapponga all’aumento dei profitti, tutto ciò che è fragile, come l’ambiente, è senza difesa di fronte agli interessi di un mercato idolatrico, che diventa l’unica regola”. Ciò vuol dire parlar chiaro, ma gli mancano l’acume politico e le sfumature economiche della Caritas in veritate di papa Benedetto (2009). Ancor più dei ricchi, i poveri hanno bisogno della creazione di ricchezza che le economie di mercato possono produrre, sebbene gli affari globali debbano chiaramente servire tanto al bene comune quanto creare profitti.
Ciononostante, il significato principale di ciò che papa Francesco dice in materia sociale ed economica sta nel modo in cui egli supera i confini tra evangelizzazione e lavoro per la giustizia sociale, perché essi diventano due aspetti della stessa cosa. Ciò avviene sotto la spinta dalla sua passione per i poveri. “Voglio una Chiesa povera per i poveri”, egli dice. “Essi hanno molto da insegnarci. Non soltanto essi condividono il sensus fidei, ma nelle loro difficoltà essi conoscono la sofferenza di Cristo. Noi dobbiamo lasciarci evangelizzare da loro”. Questo privilegiare i poveri nello schema della salvezza è esattamente un’intuizione di Francesco. Esso implica che una fede cristiana che non sia coniugata ai bisogni dei poveri e che non li accompagni sulla strada della liberazione, sia a livello personale, sia nella fondamentale riforma della struttura economica, è una fede vuota. Ciò ha implicazioni di vasta portata per il modo in cui i tutti i cattolici vivono la loro fede, e per ogni livello di governo della Chiesa, dalle parrocchie allo stesso Vaticano.
Cristo al centro
Il papa ammette che egli non si propone di controllare ogni aspetto, e, nello spronare la Chiesa, fa specificamente appello all’aiuto esterno anche per la riforma del ruolo del pontificato. Il suo modello di Chiesa è più partecipativo ed aperto, più decentralizzato e fluido, più disposto a correre rischi, meno preoccupato dell’osservanza dottrinale, meno clericale. Ma, soprattutto, è cristocentrico.
Francesco è veramente evangelico nell’enfasi che pone nella relazione personale con Cristo; ed un vero cattolico nel ruolo che egli vede per la devozione popolare, specialmente per la Vergine, che egli chiama “la Madre dell’evangelizzazione”.
Ogni volta che guardiamo a Maria, dice Francesco, giungiamo a credere ancora una volta “nella natura rivoluzionaria dell’amore e della tenerezza”. Queste ultime parole sintetizzano, a parole e con i fatti, ciò che questo pontificato è venuto a rappresentare.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell'editore
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