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GRUPPI JIHADISTI RIVENDICANO GLI ATTACCHI, IL GOVERNO TERGIVERSA, LA POPOLAZIONE È UCCISA E FUGGE. NEL FRATTEMPO LE MULTINAZIONALI DEL GAS E LE MAFIE FANNO AFFARI

La notte del 5 ottobre 2017, una trentina di uomini armati attaccavano tre sedi della polizia nella cittadina di Mocimboa da Praia, nella regione di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, provocando sedici morti. La settimana successiva, un’imboscata a una truppa dell’esercito lasciava sul terreno altre undici persone. Il 22 ottobre, veniva colpito un villaggio del distretto di Palma, dove operava la multinazionale americana del gas Anadarko. Erano i primi tre attacchi da parte di coloro che il governo mozambicano avrebbe cominciato a chiamare “uomini senza volto”.

In due anni e mezzo gli attacchi si sono intensificati ed hanno subito un’accelerazione in questi ultimi mesi di marzo e aprile: il settimanale “Savana” parla di almeno 50 o 70 morti nel distretto di Muidumbe in un solo giorno, l’8 di aprile. Si registrano anche i primi assalti ad alcune chiese. Pur non essendoci dati certi, fino ad ora, le persone uccise sono circa 1000 e gli sfollati 200mila. Al tempo stesso si delinea, probabilmente, l’identità del gruppo armato: il 23 marzo a Mocimboa da Praia e due giorni dopo nel vicino distretto di Quissanga, la bandiera nera dello Stato islamico viene issata per alcune ore sulla caserma dell’esercito mozambicano, prima che il gruppo armato torni di nuovo nella boscaglia. Non ci sono evidenze chiare che sia lo Stato islamico. Di certo si sa che sono gruppi jihadisti.

Il grido di chi soffre giunge fino a papa Francesco che, il giorno di Pasqua, nel messaggio urbi et orbi, prega perché il Signore della vita si mostri vicino alle popolazioni in Asia e in Africa che stanno attraversando gravi crisi umanitarie, come nella regione di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico”.

Cosa sta succedendo nella regione di Cabo Delgado? Premettiamo che non c’è una risposta univoca: il governo mozambicano ha più volte cambiato versione e il dibattito nell’opinione pubblica è aperto riguardo a identità, provenienza e finanziamenti del gruppo armato (o dei gruppi armati). Come in un grande puzzle, del quale non si possiedono tutte le tessere, sistemiamo sul tavolo quelle che possediamo per tentare di delineare un quadro d’insieme.

1. Un contesto di povertà ed esclusione sociale. Il Mozambico è il decimo paese al mondo con l’indice di sviluppo umano più basso. I dati dell’istituto mozambicano di statistica indicano che nella regione di Cabo Delgado – la più settentrionale delle dieci regioni che compongono il paese –il 64 per cento della popolazione è povero secondo l’indice di povertà multidimensionale (indice composto che misura accesso a beni di prima necessità e a servizi quali educazione, sanità, acqua potabile ed energia elettrica). La percentuale di povertà di Cabo Delgado è più alta rispetto alla media nazionale. La maggior parte della popolazione vive di un’economia di sussistenza basata su agricoltura, pesca e pastorizia.

2. Ricchezza di risorse naturali. Paradossalmente, Cabo Delgado è una regione estremamente ricca di risorse naturali. Il Mozambico esporta attualmente l’80 per cento dei rubini in circolazione a livello mondiale e si ipotizza che il distretto di Montepuez, nella regione di Cabo Delgado, contenga il 40 per cento delle riserve di rubini al momento conosciute del pianeta (cfr. “Nigrizia” 5/2019). Legname pregiato, pietre preziose e avorio vengono commercializzati illegalmente ma alla luce del sole, dinanzi ad autorità incapaci di monitorare il territorio e molto spesso complici.

3. Il gas. Un giorno di ottobre del 2011 la regione di Cabo Delgado, da puntino sconosciuto e irrilevante nelle mappe geografiche, è diventata un centro nevralgico della geopolitica globale. È stato il giorno in cui l’Eni ha rivelato la scoperta di un’enorme riserva di gas naturale al largo delle coste del distretto di Palma. Era la prima di una serie di scoperte di giacimenti. Con 150mila miliardi di m³ di gas stimati nel 2019, le acque al largo di Cabo Delgado rappresentano una delle maggiori riserve di gas del pianeta che potrebbe fare del Mozambico uno tra i primi sei esportatori mondiali nei prossimi anni. Oltre all’Eni, i giacimenti sono controllati da giganti quali la statunitense Exxon Mobil, la francese Total, la cinese Cnpc e la giapponese Mitsui. Nel giugno 2019 la Anadarko ha firmato con il governo l’intesa per un piano di investimenti di 25 miliardi di dollari, rilevato poi dalla Total. Una joint venture tra Exxon Mobil e Eni ha in cantiere un altro progetto dello stesso valore. Per avere un’idea delle cifre astronomiche in gioco, si pensi che il Pil annuo del Mozambico è poco più di 14 miliardi di dollari.

4. Gruppi islamici radicalizzati: Il gruppo che nell’ottobre 2017 attaccò Mocimboa da Praia si faceva chiamare Al-Shabaab, pur non avendo una connessione diretta con l’omonimo gruppo somalo. Era composto in gran parte da giovani mozambicani della zona che sarebbero stati reclutati e radicalizzati da jihadisti provenienti dalla Tanzania, dalla Somalia e dal Kenya già a partire dal 2012. Alcuni giovani mozambicani sarebbero poi stati inviati in questi paesi, oltre che in Sudan e Arabia Saudita, assimilando un islamismo di matrice wahhabita e salafita. Di ritorno, sarebbero entrati in conflitto con la comunità musulmana locale che già nel 2015 aveva segnalato la loro presenza allo Stato. Il gruppo si sarebbe in parte autofinanziato con il commercio illegale di legname, pietre preziose e avorio.

In una fase iniziale è prevalsa una strategia del terrore, finalizzata a farsi riconoscere e ad imporsi, caratterizzata da attacchi notturni a sedi del governo e della polizia, a villaggi di contadini inermi e a moschee, decapitazioni, imboscate alle truppe dell’esercito e ai mezzi delle multinazionali del gas.

Il 4 giugno 2019 c’è stata una prima rivendicazione da parte dello Stato islamico, accompagnata dalla dichiarazione esplicita di voler instaurare la sharia. Nel frattempo, è aumentato il numero dei combattenti e delle cellule che operano sul territorio, con rinforzi dalla regione dei Grandi Laghi, dalla Tanzania e dalla Somalia, oltre che a un numero considerevole di giovani mozambicani. Si è esteso il raggio d’azione che oggi interessa sette dei diciassette distretti della regione, con un avvicinamento preoccupante alla città capoluogo, Pemba. C’è stata anche una evoluzione sia della strategia militare (attacchi in pieno giorno, miglior equipaggiamento) che della strategia mediatica (immagini della guerriglia e dei militanti esultanti vittoriosi, pubblicate sulle reti sociali).

Ad agire è lo stesso gruppo di due anni e mezzo fa che si è evoluto, oppure ne sono subentrati altri? Sono credibili le rivendicazioni dello Stato islamico? Borges Nhamire, ricercatore dello Iese (Instituto de estudos sociais e económicos), ritiene che la cellula iniziale, dopo avere dimostrato capacità di resilienza e lotta, sia stata “riconosciuta” dallo Stato islamico e venga ora sostenuta con l’invio di miliziani, denaro e armi. Tuttavia, il governo non ha ancora assunto una posizione ufficiale.

5. La fragilità dello Stato mozambicano. Nella regione di Cabo Delgado, così come in tutte le aree rurali del Mozambico, basta uscire pochi chilometri dai paesi che sono sede di distretto, per accorgersi di come lo Stato sia fragilissimo, sia come istituzione che esercita la propria sovranità, sia come fornitore di servizi: educazione, sanità e vie di comunicazione. Fragilissimo, a volte inesistente, lo Stato si presenta, puntuale, ogni cinque anni, poche settimane prima delle elezioni, per poi sparire di nuovo.

I militari dell’esercito – giovanissimi, malpagati, demotivati e mal equipaggiati – fuggono dinanzi agli attacchi dei jihadisti e, addirittura, sono autori di abusi e vessazioni sulla popolazione locale. I gruppi islamici radicalizzati stanno facendo leva su questo contesto di fondo: dopo una prima strategia del terrore, portano ora avanti una strategia parallela, cercando la simpatia e l’appoggio della popolazione e distribuendo beni di prima necessità dopo gli attacchi alle sedi del governo. In un paese nel quale con una maglietta o un po’ di riso si compra il voto, questo produce i suoi effetti. Ci sono perfino militari che, dalle file dell’esercito mozambicano, sono passati dalla parte di quello che fino al giorno prima era il nemico.

6. Il Frelimo, un partito tentacolare al potere da sempre. “Non si muove foglia senza il Frelimo non voglia”, potremmo affermare parafrasando il proverbio. Il Frelimo è il partito che è ininterrottamente al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo. È un partito – Stato, nel senso che ha occupato lo Stato fino a sostituirsi ad esso. È un partito corrotto e rapace, i cui capi hanno lottizzato il territorio nazionale in base alle aree di interesse economico, gestendo i contratti per spartirsi il bottino col capitale straniero. È un partito dispotico e violento che, dopo le ennesime elezioni fraudolente dell’ottobre 2019, ha fatto perdere al Mozambico cinque posizioni nel ranking mondiale dell’Indice di democrazia, dove è classificato come “regime autoritario”.

È legittimo chiedersi perché il presidente della Repubblica Nyusi – originario proprio di Cabo Delgado, assieme ad altri leader storici del Frelimo – si sia pronunciato per la prima volta sul conflitto, nella sua regione di provenienza, solo il 29 giugno 2018, vale a dire nove mesi dopo il primo attacco, quando i morti erano già più di cento. È legittimo chiedersi perché dall’ottobre 2017 ad oggi, sette giornalisti (tre stranieri e quattro mozambicani) siano stati arrestati dalle forze di polizia e ogni tentativo di fare chiarezza e studiare il fenomeno da parte di soggetti della società civile o del mondo accademico venga impedito o ostacolato. È legittimo ipotizzare che qualcosa andava tenuto nascosto, forse gli interessi di qualcuno. Fino a che, ad un certo punto, la situazione è scappata di mano.

7. I mercenari. Più passano i mesi e più ci si rende conto che l’esercito mozambicano è incapace di far fronte ai gruppi jihadisti. Ma lo si sapeva fin dall’inizio. Già nel 2018 il governo aveva firmato un accordo di cinque anni, stimato in 750 milioni di dollari pagabili con i futuri dividendi del gas, con la Frontier Service Group, l’agenza di sicurezza privata dello statunitense Erik Prince, “signore della guerra” già fondatore della Blackwater, accusata di crimini di guerra in Iraq per il massacro di civili inermi. A partire da ottobre 2019 è stata la volta della russa Wagner Group che già combatte in Ucraina, Siria e Libia. Si sarebbe ritirata dopo alcune perdite umane e mancanza di intesa con l’esercito mozambicano. Da aprile è entrata in scena una compagnia sudafricana, la Dick Advisory Group, che con alcuni elicotteri ha già effettuato incursioni aeree nelle basi dei jihadisti. Alla pari di altre zone calde del pianeta, Cabo Delgado si sta popolando di questi soggetti ambigui, capaci di trasformare la destabilizzazione in fonte di affari.

8. Il narcotraffico. Il 14 dicembre 2019, al largo delle coste di Cabo Delgado, viene fermata dalle autorità mozambicane un’imbarcazione che trasportava 1,5 tonnellate di eroina. Il 26 dicembre viene individuata una seconda imbarcazione con 430 kg sempre di eroina. Secondo l’Unodoc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) il Mozambico è da vent’anni uno dei grandi corridoi del traffico internazionale di questa sostanza. Si calcola che circa 40 tonnellate di eroina all’anno partano dall’Afghanistan e dal Pakistan e, via oceano indiano, giungano in Mozambico, con destinazione Sudafrica e poi Europa. Uno studio dell’Enact finanziato dall’Ue sostiene che un traffico di questo calibro necessita di coperture politiche di alto livello per potere servirsi dei porti e passare le dogane. Joseph Hanlon, professore emerito della London School of Economics and Political Science, documenta come i boss del narcotraffico di eroina abbiano finanziato il Frelimo almeno fino all’ultimo mandato di Guebuza. È plausibile chiedersi se il traffico di eroina non sia una possibile fonte di finanziamento anche per i jihadisti che terrorizzano la regione.

Una visione d’insieme

Abbiamo provato a mettere sul tavolo alcune tessere di questo grande puzzle che è Cabo Delgado. Di certo ne mancano alcune. Di quelle che possediamo, forse è difficile trovare la collocazione esatta. Alcune, poi, non si incastrano perfettamente con le altre.

Non abbiamo l’immagine completa, ma riusciamo ad avere una visione d’insieme dalla quale emerge una realtà fortemente destabilizzata. Una realtà più ampia – il continente africano – nel quale i movimenti islamici radicalizzati si stanno estendendo rapidamente. Una realtà più ristretta – quella mozambicana – di esclusione e diseguaglianze sociali che persistono accanto a investimenti internazionali astronomici, finendo per frustrare le aspettative di un arricchimento facile da parte dei più poveri. Di confini labili tra legalità e illegalità. Di zone grigie dove convergono gli interessi di un potere politico corrotto, del grande capitale, dei movimenti eversivi e delle mafie. Questo contesto è esattamente il terreno fertile nel quale i terrorismi attecchiscono e prosperano. E a pagarne le conseguenze sono sempre i più deboli.

Chemba, 22 aprile 2020

(L’articolo è stato scritto per “Missione Oggi” e per “Nigrizia”)


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