Il 28 gennaio scorso il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, è andato in visita, per 6 giorni, in Camerun, tra l’altro per consegnare il palio all’arcivescovo Andrew Nkea Fuanya, metropolita di Bamenda, capitale della provincia del Nord-Ovest anglofono, dove imperversa il conflitto tra indipendentisti secessionisti e forze del governo centrale. Una visita all’insegna della prossimità del papa nei confronti delle popolazioni colpite dalla guerra.
La Chiesa cattolica in Camerun ha sempre lavorato per il dialogo e una soluzione condivisa della crisi. Questa posizione è considerata ambigua sia dagli indipendentisti, sia dal governo centrale, ma il coraggio dell’arcivescovo Nkea e del card. Tumi hanno fatto emergere la linea indipendente della Chiesa, favorendo l’importante iniziativa del “Grande dialogo nazionale”. I due prelati hanno percorso i villaggi delle province del Sud-Ovest e del Nord-Ovest diventando personalità credibili nelle loro iniziative volte a fare da ponte tra i guerriglieri e il governo di Yaoundé. La visita di Parolin è vista proprio come un incoraggiamento a continuare il dialogo per mettere fine della guerra. In un’intervista al quotidiano cattolico francese La Croix, Nkea considera la visita come “segno che la pace arriverà presto”.
Gli indipendentisti hanno minacciato rappresaglie nei confronti di chi si sarebbe messo in cammino per partecipare alla cerimonia di accoglienza del segretario di Stato vaticano, accusando la Chiesa cattolica di stare dalla parte del governo e quindi di non essere credibile. Le intimidazioni non hanno però bloccato la popolazione, che ha partecipato numerosa alla messa del 31 gennaio, presieduta da Parolin. L’arcivescovo di Bamenda ha ringraziato i cristiani che hanno “sfidato le intimidazioni dei nemici della pace”. Il card. Tumi è comunque rimasto bloccato dagli indipendentisti per tre ore sulla strada verso Bamenda. Un segno che la situazione è ancora delicata. Ciò nonostante, nella sua intervista a La Croix, Nkea manifesta speranza per la soluzione della crisi: “Le scuole hanno riaperto in diversi centri e le attività riprendono poco a poco, anche se la crisi non è totalmente finita”. Le iniziative del “Grande dialogo nazionale” continuano grazie soprattutto al coraggio di molti preti rimasti vicino alla gente: “Non ci sono quasi più capi tradizionali; gli uomini d’affari e i funzionari sono partiti, ma tutte le parrocchie sono aperte e lo resteranno […] Se la Chiesa fugge significherebbe che avremmo perso la speranza. Invece dobbiamo restare […] e incontrare tutte le parti”.
Sulla crisi della zona anglofona si è espresso anche mons. Abraham Kome, presidente della Conferenza episcopale del Camerun: “L’offerta di mediazione della Chiesa cattolica è stata rigettata. La domanda dei vescovi di incontrare il presidente della Repubblica per discutere e individuare vie d’uscita dalla crisi è rimasta finora lettera morta. Malgrado l’organizzazione del Grande dialogo, i massacri di Ngarbuh, Kumba e di altri luoghi sono la prova che resta ancora molto da fare per mettere fine alla guerra. I vescovi sono convinti che solo un vero dialogo inclusivo di tutte le parti può favorire la pace nelle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest”.
L’incontro tra Parolin e il presidente della Repubblica, Paul Biya sarà fondamentale per aprire nuove vie di pace. Da tre anni, infatti, il Vaticano offre i suoi buoni uffici puntando al dialogo per una soluzione pacifica di un conflitto, che dura ormai da cinque anni e ha causato 3.000 morti e 700mila sfollati. Nel frattempo la tensione rimane alta. Dal 16 gennaio il Camerun ospita il Campionato africano delle nazioni (Can). È il primo grande torneo internazionale organizzato dall’inizio della pandemia ed è ormai giunto alla sua fase finale. La semifinale avrà luogo il 3 febbraio a Limbé, capoluogo della regione anglofona del Sud-Ovest, dove le forze dell’ordine sono in stato d’allerta. La pace potrebbe giocarsi anche nei campi da calcio.







