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DONNA, VITA, LIBERTÀ / JINA MAHSA AMINI PREMIO SACHAROV E NARGES MOHAMMADI PREMIO NOBEL PER LA PACE 2023

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Jina Mahsa Amini era una donna curda iraniana di 22 anni, arrestata dalla polizia morale a Teheran il 13 settembre ‘22 per non aver indossato correttamente il velo, come prescritto dalle leggi iraniane. È morta in un ospedale di Teheran tre giorni dopo l’arresto a seguito delle aggressioni e delle percosse subite durante la detenzione. La sua morte ha catalizzato la rabbia e lo sdegno di tanti, iraniani e non, e ha scatenato massicce proteste in Iran, guidate da donne. Con il taglio di una ciocca di capelli a simboleggiare quella stessa ciocca visibile in Mahsa Amini quando fu arrestata e lo slogan "Donna, vita, libertà", hanno protestato contro la legge dell'hijab e altre leggi discriminatorie, con una determinazione che, nonostante lo spegnersi dei riflettori, continua a tutt’oggi accompagnata anche da molti uomini. 

Narges Mohammadi, 51 anni, è una delle più celebri attiviste per i diritti delle donne e per i diritti umani in Iran, che ha sostenuto tra le altre cose le proteste cominciate l’anno scorso dopo la morte di Mahsa Amini. Politicamente impegnata fin dai tempi dell’università, nel 2003 entrò a far parte del Centro dei difensori dei diritti umani, una Ong fondata da Shirin Ebadi, vincitrice del Premio Nobel per la Pace, diventandone vicepresidente. Nel 2008 divenne anche Presidente del comitato esecutivo del Consiglio Nazionale della pace in Iran, una vasta coalizione che si propone di evitare il pericolo di uno scontro militare interno e si oppone a ogni logica militare e violenta. Molto attiva nella difesa dei diritti di carcerati e prigionieri politici e per l’abolizione della pena di morte, nel corso della sua vita è stata arrestata diverse volte, e a tutt’oggi si trova in carcere, condannata a 31 anni e 154 frustate per le sue prese di posizione contro il regime. Dalla prigione ha avviato numerose campagne contro l’uso della tortura e delle violenze sessuali, soprattutto contro le carcerate donne. Amnesty International ha seguito il suo caso, chiedendone la scarcerazione per le condizioni crudeli e disumane della detenzione.

Due donne, la prima uccisa e la seconda imprigionata, le cui vite si sono intersecate almeno in due passaggi: la lotta per il riconoscimento dei diritti e della libertà delle donne e l’essere state destinatarie di importanti riconoscimenti pubblici: il Premio Sacharov 2023 rilasciato dal Parlamento Europeo a Mahsa Amini qualche giorno fa, e il Premio Nobel per la Pace 2023 a Narges Mohammadi lo scorso 6 ottobre. Due donne, in modo particolare la seconda, irriducibili all’idea di non poter essere sé stesse ma al contrario luogo di esercizio di un potere cieco, smisurato e incapace di confrontarsi con l’alterità dell’altro da sé, a partire dal suo corpo. Due donne disubbidienti che hanno pagato e stanno pagando prezzi altissimi, insieme a molte altre e altri di cui non sappiamo neppure il nome per un impegno che ha bisogno di molto lavoro in Iran, nel mondo ma anche qui, nel nostro Paese e nella nostra Chiesa.



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