ANGOLA / I VESCOVI DENUNCIANO LA PIAGA DELLA CORRUZIONE
Dal 28 al 30 luglio 2025, la capitale dell’Angola, Luanda, è stata teatro di grandi manifestazioni popolari di protesta contro il drastico aumento del prezzo dei carburanti, del 30 per cento. Il governo, infatti, ha tagliato il sussidio-carburanti, con ripercussioni automatiche sulle filiere di prodotti che incidono sul costo della vita. Il governo è intervenuto così pesantemente sul prezzo dei carburanti per far fronte alla grave crisi economica del paese. Pur essendo, infatti, il secondo produttore di petrolio del continente – dopo la Nigeria –, l’Angola non riesce a raddrizzare i suoi bilanci nemmeno grazie al petrolio. L’aumento ha scatenato anzitutto la protesta dei taxisti, la categoria più immediatamente colpita dal provvedimento, che hanno paralizzato la capitale con uno sciopero di tre giorni, dando la stura alle proteste popolari in tutte le principali città del paese, che si sono trasformate in una manifestazione generale contro il governo, repressa nel sangue da parte delle forze dell’ordine. Il bilancio dei tre giorni di scontri con le forze dell’ordine nella capitale è di 22 morti e 1214 arresti. I video diffusi dalle reti social documentano la violenza usata contro i manifestanti. L’opposizione politica ha accusato il governo di irresponsabilità nella gestione della grave crisi sociale del paese, che sta riducendo alla fame milioni di angolani.
Il 1° agosto, il presidente dell’Angola, João Lourenço, è intervenuto per fare le condoglianze a tutte le famiglie colpite dal lutto, riconoscendo così, indirettamente, la responsabilità del governo. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha chiesto di aprire un’inchiesta sulla brutale repressione dei manifestanti. Anche i vescovi dell’Angola si sono pronunciati in merito, nell’incontro annuale della Conferenza episcopale (23-24 settembre 2025). Essi hanno denunciato la corruzione come “la maggior piaga del paese negli ultimi 50 anni”, invitando il governo ad agire con urgenza per abolire la fame e ridurre le disuguaglianze sociali. “L’instabilità sociale e la mancanza di prospettive per i giovani – hanno detto i vescovi – stanno alimentando un profondo sentimento di disperazione. E le tragiche manifestazioni di luglio rivelano carenze sociali e istituzionali molto profonde”. Dal canto suo, mons. Belmiro Chissengueti, vescovo di Cabinda, ha puntato il dito contro le lobby dell’importazione che frenano la produzione nazionale: “È incomprensibile che un paese come l’Angola non riesca a soddisfare i suoi bisogni alimentari. Esistono potenti lobby dell’importazione che, in un modo o in un altro, ostacolano la produzione nazionale”. Questa situazione si spiega solo con una grande corruzione, stigmatizzata dal vescovo come una vera e propria “cancrena”, che continua a devastare il paese. Per questo ha chiesto al governo di aprire un “dialogo più costruttivo” con la cittadinanza per fare della lotta contro la fame e la povertà le priorità del paese.
Anche il presidente della Conferenza episcopale dell’Angola e di São Tomé-e-Principe, mons. José Manuel Imbamba, è intervenuto affermando che “la corruzione, le molestie, gli abusi e la cattiva gestione non devono avere alcun posto negli ambienti educativi”. Già l’anno scorso mons. Mauricio Agostinho Camuto, vescovo di Caxito, aveva denunciato la corruzione come “uno dei principali mali che affliggono la società angolana”, definendo la corruzione un male “endemico”, che ha corrotto i costumi, lo spirito e l’intelligenza degli angolani. “Non è questo l’uomo nuovo – ha scritto ancora il vescovo di Caxito – che la Chiesa vuole, non è l’uomo nuovo annunciato da Gesù, non è l’uomo nuovo che Dio vuole. Questo è un nostro progetto, creato dalla nostra ambizione e dalla nostra avidità”.
Queste dichiarazioni dei vescovi, apparentemente ovvie in uno Stato di diritto, non lo sono in Angola. Tutti i media, infatti, sono controllati dal governo e coloro che denunciano fatti di corruzione e ingiustizie sono perseguiti, per scoraggiare qualsiasi critica all’azione del governo. I vescovi però, forti della loro missione pastorale, denunciano da anni questa deriva delle autorità anche se non dispongono di strumenti efficaci per obbligare il governo a fare scelte in favore della popolazione. Il coraggio dei vescovi non si ferma alla semplice denuncia, ma intende sensibilizzare e spingere i politici ad una maggiore responsabilità, mettendosi a servizio del bene comune. Solo così potranno diminuire le tensioni e le disuguaglianze sociali che costituiscono una minaccia anche per coloro che governano il paese, se non vengono eliminate o quantomeno alleviate.







