La grazia

È mattina presto. Suona la sveglia, è l’ultima domenica qui, a Bangkok.
Gli occhi si aprono a fatica, li sento gonfi. Tocco la fronte: sudata, pulsante, calda. È tornata la febbre, l’infezione non è finita.
Sei in missione, l’hai tanto attesa, ti ammali. Sembra una ingiustizia. Proprio tu! Tu che volevi viverla al massimo, spremere tutte le energie per lasciare un vuoto, spazio nuovo da colmare con ciò che avresti trovato. Sbuffare, indispettirsi, entrambe reazioni normali ma inutili.
L’alchimista, questo è quanto mi ritrovo a fare, fra energie da spendere e da recuperare, azioni che vorrei fare ma che è meglio evitare.
È privazione, ma con il passare del tempo capisco che, anche questo, è parte dell’esperienza, arricchisce.
Siamo venuti qui, privandoci del nostro quotidiano, privandoci della nostra bolla di comodità. Questa è solo un’altra privazione.
Scendo lentamente dal letto e, piano piano, mi avvio all’inizio della giornata. Il caldo e l’umidità sono avversari temibili per uno stato febbricitante costante. La grazia è che il mio malassere non è contagioso! Posso recarmi dai malati, entrare nelle scuole e giocare con i bambini.
Riuscire,comunque, a fare moltiplica la gioia; sembra che il tempo trascorra più lentamente, che le urla dei bambini siano più forti, che i passi lenti siano pienamente consapevoli.
Così arrivo al parco giochi della baraccopoli. Una bambina mi salta sulle spalle. Vi fareste frenare dalla febbre e dall’emicrania?
Condividere. Condividere quello che abbiamo, anche se sono poche energie, anche se quello che abbiamo è poco. Questo è il messaggio che tutte le persone incontrate nelle baraccopoli ci hanno lasciato. Condividere.




