RESTA IN CAMPO

La storia di padre Girolamo è quella di un uomo che ha fatto della missione il cuore pulsante della
sua esistenza. Con una forza silenziosa, ha attraversato mari e continenti,
portando con sé un Vangelo fatto di parole, ma soprattutto di gesti concreti. Dopo i primi anni
nella missione saveriana in Sardegna, ha vissuto otto anni nel sud della Spagna e un anno a Londra,
maturando esperienze che lo avrebbero portato ad grande avventura: l’Africa. Nel 1992, infatti,
approda a Makeni, in Sierra Leone, una terra che sarebbe diventata la sua casa, la sua sfida e il
suo amore.

I Saveriani sono presenti in Sierra Leone da 75 anni: il primo gruppo era partito da Liverpool l’8
luglio 1950 il sogno di portare il Vangelo dove non era ancora conosciuto. All’arrivo, trovarono
una popolazione in gran parte musulmana e un sistema scolastico fragile. Per loro, evangelizzare non
significava solo annunciare la Parola, ma anche costruire futuro: iniziarono così a edificare scuole
nei villaggi, fino ad arrivare alle superiori. Da questi istituti uscirono i primi cristiani, e insieme a
loro
una generazione nuova, cresciuta nella dignità e nella conoscenza quindi la scuola come nuovo
mezzo di envagelizzazione. La missione di padre Girolamo non fu mai una strada in discesa. Nel
marzo 1991 la guerra civile
travolse la Sierra Leone. I ribelli, guidati inizialmente da Fodai Sanco, portarono violenza e
distruzione. Nel 1992, pochi mesi dopo il suo arrivo, i ribelli entrarono a Lunsar, dove lui era
responsabile delle scuole elementari. Le lezioni si interrompevano di colpo quando arrivavano i
miliziani; poi, quando tornava un po’ di calma, si ricominciava a insegnare, perché l’educazione
era l’unica speranza di rinascita.
Il 25 maggio 1997 un colpo di stato portò nuovi scontri: Kabala, Makeni e persino Freetown
caddero
sotto l’attacco. Negli anni seguenti, oltre alle ferite della guerra, arrivò la prova durissima
dell’epidemia di Ebola, che seminò paura e dolore in tutto il Paese. Eppure, nonostante tutto,
padre Girolamo è rimasto. Non ha mai smesso di camminare tra la sua gente, di ascoltarla, di
incoraggiarla. Oggi, ancora, lo si può vedere scendere in campo a giocare a
calcio con i ragazzi del posto, con lo stesso entusiasmo di un giovane missionario appena
arrivato. Perché per lui la missione non è mai stata solo un luogo, ma un incontro: quello tra la
propria vita e quella degli altri, in un abbraccio che resiste al tempo, alla guerra e alla paura.




