Vincere l’indifferenza
Il nostro mondo è segnato da conflitti, guerre, carestie e povertà. Anche come cristiani, non possiamo rimanere indifferenti davanti alla sofferenza dell’uomo, qualunque sia la sua origine o la sua religione. Qualche volta ci dimentichiamo che anche Gesù è stato un immigrato, quando i suoi genitori scapparono con lui in Egitto per mettere in salvo la sua vita.
Spesso ci chiudiamo nel nostro piccolo bozzolo accogliente, lasciando che quello che succede fuori ci scivoli addosso senza alterarci.
La mostra ci ha fatto pensare e ragionare su tutte quelle persone che "viaggiano" non per fare del male al Paese in cui arrivano, come pensano molti, bensì per cercare un futuro e una vita migliore.
“Le mille e una rotta” ci ha fatto conoscere la storia di tanti uomini, donne e bambini, protagonisti degli odierni flussi migratori. Di fronte a questa tragedia, troppo spesso la nostra società mostra indifferenza e volta le spalle. Vediamo ciò che hanno scritto gli studenti che hanno visitato la mostra.
Via malelingue e pregiudizi!

Ci è piaciuta la realizzazione delle “malelingue” (pregiudizi e luoghi comuni) che ci hanno fatto riflettere sulle più note “leggende metropolitane” riguardanti gli immigrati, confutandole, una dietro l’altra. Per esempio: “aiutiamoli a casa loro, ci rubano il lavoro, non rispettano le regole, portano malattie. Sono le stesse frasi che erano rivolte agli italiani, negli Usa, in Svizzera o in altri Paesi europei nel novecento”.
Tante malelingue, in realtà, sono frutto di pura ignoranza comune. Abbiamo imparato che dobbiamo ragionare con la nostra testa, senza lasciarci trasportare dal pensiero altrui.
La mostra ci ha aiutato ad avvicinarci a questo tema così attuale, ad avere un punto di vista diverso, a smontare molti stereotipi e pregiudizi (veicolati dai mass media, dai politici, da uno sguardo superficiale), ci ha fatto prendere consapevolezza che l'altro, a cui spesso attribuiamo colpe, non è che un altro lato di noi stessi, un lato che non vogliamo vedere perché ci fa paura!
Siamo stati chiamati, quanto meno, a provare a leggere e a guardare in modo un po' diverso la realtà.
Non possiamo più chiudere gli occhi. Dobbiamo aprirli per poter dire: "Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me" (F. Dostoevskij).
Legati dalla stessa speranza
La parte che mi ha colpito di più riguarda la barca. Quella piccola barca piena di oggetti di vario tipo mi ha fatto immaginare il percorso fatto e le persone che c'erano. Pensare a bambini, donne e uomini che si sono messi in viaggio e non ce l’hanno fatta mi colpisce negativamente.
Ci siamo commossi girando intorno a una vecchia barca. Tanti piccoli oggetti, come un libro di preghiere, un cellulare, un portafogli con un documento e una foto, ci hannoparlato delle persone che li hanno posseduti, che li avevano portati con sé nel viaggio, spinti dalla speranza e dal coraggio, ma carichi anche di angoscia e dolore. L’incontro con le persone tocca il cuore. Entrati nella casa dei saveriani di Udine, un po’ incerti e perplessi, ci siamo lasciati incuriosire e colpire dai drammi, ma anche meravigliare dalla bellezza che si può scoprire nell’incontro con persone non conosciute.
Su di loro troppo spesso riceviamo solo messaggi di indifferenza.
I problemi sono grandi, ma uno sguardo aperto e libero, da contrapporre alla diffidenza e al rifiuto, è l’unica strada... Uno sguardo accogliente e un sorriso non si negano a nessuno e apriranno il cuore nostro e quello di chi incontriamo.
Siamo entrati in una realtà lontana da noi, ma diventata vicina. Interessantissimo è stato il paragone della valigia di chi scappa e della nostra valigia che racchiude, come la loro, sogni e la voglia di iniziare un nuovo futuro; non c'è dunque una barriera tra noi e loro, in quanto siamo legati dalla stessa speranza.








