Uno zaino che straripa
Sono sull’aereo che da Madrid mi porterà a Città del Messico e non ci credo ancora! Lo so, può sembrare banale, ma ho paura che sia un sogno, una creazione della mia mente che non riesce a stare ferma un attimo. Forse tra un po’ mi sveglierò nel mio solito letto, nella mia solita Taranto, nella solita Italia. E invece passano le ore ed io non mi sveglio ancora. Nello zaino del mio cuore ho messo il desiderio di conoscere, la disponibilità ad accogliere, la voglia dispendermi, anche se il tempo a mia disposizione è davvero poco.
Non ho potuto evitare però che entrasse anche un po’ di paura: sarà tutto nuovo per me; da un po’ di tempo ho rimesso tutto in discussione e non ho più certezze, sotto i durissimi colpi della mia razionalità sembra siano crollati tutti i miei punti fermi. Ma non è crollato l’amore per gli ultimi, per quelli che vivono ai margini. Questo viaggio è per loro. Voglio mettere a disposizione me stessa, il mio tempo, voglio sdebitarmi con quei fratelli che hanno meno, senza aver meritato di aver meno, così come io non ho meritato il mio di più.
Dopo dieci ore di volo atterriamo a Città del Messico. La prima tappa non poteva che essere l’insediamento azteco di Teotihuàcan con le famosissime piramidi del Sole e della Luna. Che emozione essere lì, in quei luoghi resi sacri dalla presenza, dalla sofferenza e dal sangue di un popolo annientato da chi era stato accolto come un dio! Mi sento quasi in colpa, e mi sembra di "profanare" quei luoghi con la mia curiosità, i miei occhiali da sole, il sombrero e la crema contro le scottature.
Rimango estasiata davanti a queste costruzioni imponenti, alle sculture bellissime e ai loro significati e mi viene voglia di abbracciare quelle pietre per abbracciare chi, quelle pietre le ha scolpite, guardate, adorate. Nei giorni successivi ci spostiamo verso il sud, a Oaxaca dove si sta svolgendo il VII Congreso national juventud misionera. Ci sono giovani da tutto il Messico, in un clima di grande festa e allegria. Non posso fare a meno di notare i contrasti tra questa realtà festante e gli indios che vivono appena fuori città, in case fatte di lamiera e cartone, abbarbicate sui fianchi delle colline.
Quello che in genere vedo in televisione o leggo sulle riviste ora è qui davanti ai miei occhi, in tutta la sua reale drammaticità. Ad ogni passo c’è qualcuno, donna o bambino che ti chiede di comprare qualcuno dei loro oggettini. I più piccoli riescono anche a ridere e a giocare tra di loro, ma i più grandicelli non hanno l'ombra di un sorriso nei loro occhi. Penso che tra qualche settimana io ritornerò alla mia vita di tutti i giorni, alle mie comodità, e finiranno quei piccolissimi disagi che un viaggio come questo comporta, anzi quei momenti li ricorderò con maggior tenerezza.
Ma per questa gente non c’è una scadenza, una partenza, domani sarà uguale ad oggi, cambieranno i turisti, ma non le risposte! Intanto a due passi da loro, o in qualche angolo del mondo, migliaia di giovani stanno cantando, facendo festa, discutendo, e parole come "faremo", bisogna", "dobbiamo", "futuro", "solidarietà" e molte altre simili, si rincorrono all’infinito. Io sono stanca di progetti, di parole, di programmi, di documenti. I poveri hanno fame adesso! L’ultima tappa del nostro viaggio è la periferia di Guadalajara, dove si svolge una settimana di animazione missionaria. Il nostro compito è quello di affiancare le missionarie e i missionari "veri" nelle loro attività. Noi siamo ospiti nelle famiglie.
L’amore e la disponibilità con cui veniamo accolti è di quelli che non si cancellano più, arrivano dritti al cuore, e lì rimangono. Pur nella loro povertà fanno a gara per ospitarci e ci preparano i pasti della festa. Anche qui ci scontriamo con una realtà tristissima: i bambini abbandonati. Sono davvero tanti, e vivono in strutture tenute da religiose o da volontari. In Messico non ci sono leggi che tutelano l’adozione.
I genitori, anche se abbandonano un figlio, non perdono mai la patria potestà e così succede che li abbandonano appena nati e li riprendono quando sono grandi abbastanza per lavorare. Andiamo a stare con loro quasi ogni giorno, e tutti vogliono sederci vicino, essere tenuti per mano, essere accarezzati. Ciò che letteralmente mi sconvolge è la fede di questa gente, nonostante le difficoltà, le ingiustizie, il dolore. Una fede semplice, senza dubbi, senza domande.
Vorrei, anche solo per un po’, essere come loro, far tacere la mia mente, fermare il mio cervello, smettere di combattere, di essere perennemente in guerra contro Chi, paradossalmente, assurdamente, amo e nego, prego e sfido. Sono sull’aereo che da Città del Messico mi riporterà a Madrid e poi in Italia, e non mi sembra vero che i giorni a mia disposizione siano finiti, vorrei svegliarmi e trovarmi ancora lì, in mezzo ai bambini o nelle case a mangiare tortillas e fagioli.
Lo zaino del mio cuore è pesantissimo! Dentro ci sono i colori, i profumi, i suoni di questa terra splendida, i sorrisi dei bambini, il dolore degli indios, il silenzio dei poveri, la generosità della gente che ho incontrato e che mi ha aperto la sua casa e il suo cuore. Ma non ho potuto evitare che ci entrassero anche milioni di domande alle quali io non riesco a trovare risposte. E mentre i ricordi e i pensieri si rincorrono nella mia mente,improvviso nasce un "grazie", che si perde nel cielo: adìos Mexìco, que te vaya bien!








