Tempo di vendemmia
Frutti esaltanti e orrende devastazioni
Quando nelle liturgie sento declamare parabole o brani biblici che parlano di viti, tralci e grappoli, insensibilmente la mia fantasia corre ai vigneti délla Sicilia, delle Puglie,' del Piemonte, del Chianti, della Francia-Corta. Quante volte mi son sorpreso in contemplazione di quei vigneti a perdita d'occhio, carichi di uve straordinarie; sembrava che la natura volesse dirmi qualcosa.
Anche oggi attraversando i centri agricoli ti investe un forte odore di mosto: le uve stanno fermentando e trasformandosi in vino prelibato. La vendemmia è ancora in pieno corso; passando per le strade che attraversano i vigneti incroci carri agricoli d'ogni dimensione che sferragliano, carichi di tini stracolmi; ti pare di addentrarti nel regno della gioia.
Sotto le viti, li vedi, ci sono i contadini; li senti cantare, ridere, chiamarsi, raccontarsi barzellette; c'è la gioia dello stare insieme. Tanti poeti si sono cimentati a cantare questi squarci di vita così pieni di gioia serena. Noi che siamo immersi nel cosiddetto postmoderno, non abbiamo tempo per questa vita serena che ci scorre di fianco e la ignoriamo; la globalizzazione sta banalizzando anche le più sacre tradizioni e i relativi valori apportatori di pace.
L'uomo, che dovrebbe essere impegnato a vivere e a far vivere in profondità e serenità il suo passaggio terreno, è stato trasformato in un vorace animale in perpetua corsa al servizio del suo sconfinato egoismo; il nostro mondo tormentato dalla droga, dall'AIDS, offre alla gente discoteche sempre più sofisticate e piene di ogni divertimento, TV e cinema a luci rosse, prostitute ad ogni angolo delle strade. È un mercato vasto e vario, buono per accontentare l'egoismo; ma tra la sua merce non c'è la gioia profonda che l'uomo cerca. Le tragedie del sabato notte ne sono la tristissima spia, confermata dal diffuso malessere sociale che regna nella nostra società avanzata.
Giorni fa sono andato a trovare un amico; possiede un vigneto favoloso; l'idea di una scorpacciata di uva mi aveva spinto. Sono andato sul tardi, perché un temporalaccio che ha ronzato e tuonato tutto il primo pomeriggio mi ha obbligato in casa. Ho trovato l'amico di pessimo umore; subito mi ha mostrato alcuni grossi chicchi di grandine e il vigneto, un disastro: piante rovesciate, tralci troncati di netto e scaraventati lontano, grappoli maciullati, mucchi di grandine mista ad acini succhiati chissà come.
In pochi minuti distrutto il lavoro di tanti mesi; per fortuna gran parte del vigneto era stato vendemmiato giorni prima.
Tornato a casa, ancora sotto schok per quanto visto, m'è balenato un accostamento per niente sciocco: durante l'estate tanti missionari di ritorno dal Congo, Burundi e Sierra Leone, sono passati per la casa Saveriana di Brescia.
Tutti ci hanno narrato delle loro missioni devastate dal ciclone della guerra e dagli odi etnici; molti di loro documentavano con foto e vivaci descrizioni episodi e avventure personali: chiese rase al suolo, case sventrate, scuole polverizzate dalla furia, impressionanti mucchi di cadaveri; tanti sogni frutto di anni di lavoro pieno di tanto amore e sacrifici svaniti per sempre. Perché? È capitata la grandine nel vigneto?
Probabilmente abbiamo esportato il nostro prodotto creando il vuoto sociale e favorito il sorgere del tornado spaventoso che ha spazzato via tutto e tutti; l'africano è rimasto senza una propria identità: abbiamo cercato di rivestirlo col nostro abito consumista, svuotato dei suoi valori tradizionali. Praticamente, con la scusa di essergli d'aiuto, lo abbiamo reso schiavo di un progresso che non capisce e non ama.








