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Sulle Ande ho imparato la povertà e l'amicizia

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Scrive Chiara, 11 anni

Quando Chiara Viganò scrisse queste righe aveva 11 anni: dall’ottobre dell’89 all’agosto 1992 ha vissuto con mamma, papà e la sorella Gloria fra le immense vallate andine ad Aiquile. Un paese di settemila abitanti, in una zona prevalentemente rurale, segnata dal dramma della miseria. Qui è nato anche il fratellino Francesco.

Sulle pareti di casa mia sono appesi tanti ricordi della Bolivia: strumenti musicali, lavori a mano (piccole borse, cinture) e lavori intagliati nel legno. Tra i miei ricordi preferiti c’è il charango, uno strumento tipico dei paesi delle Ande, simile alla chitarra, ma più piccolo. Quando lo prendo in mano per suonarlo mi tornano alla mente le giornate passate ad Aiquile, un paese adagiato nel cuore della Bolivia, tra grandi vallate ad oltre 2000 metri di altitudine.

chiara Là ho passato tre anni della mia vita, insieme a mamma, papà e a mia sorella Gloria. Siamo partiti per un’esperienza di volontariato internazionale: mamma e papà dovevano collaborare nel lavoro di formazione dei catechisti e delle famiglie e con la Caritas diocesana. Si giocava molto, perché il clima è bello tutto l’anno e non mancava mai la compagnia: ci sono tanti bambini e le famiglie, anche se povere, non si fanno problemi ad avere quattro o cinque figli.

Anche senza giocattoli ci divertivamo un mondo: anzi, insieme agli altri bambini si inventavano sempre nuovi giochi. Con loro andavamo anche a scuola. In classe eravamo in 47. Mi piacevano soprattutto le lezioni di musica, perché in Bolivia si impara a suonare qualche strumento tipico del posto: le attività manuali, un pomeriggio alla settimana: per le bambine lavori con la tela e per i maschietti lavori con la terra. Infine le ricorrenze civiche, ogni classe doveva preparare un numero: scenette, danze, poesie. Io e mia sorella abbiamo così imparato molti balli caratteristici. È bello accorgersi che si può essere amici di tutti, anche se siamo di popoli e di razze diverse.

Uno dei momenti più felici è stata la nascita del nostro fratellino Francesco, che è stato ben accolto da tutti. La nostra vita era molto semplice e non avevamo le comodità come qui in Italia: c’era la luce solo di sera e a volte mancava addirittura; l’acqua arrivava per poche ore ogni tre giorni e quindi bisognava fare rifornimento con grossi bidoni. Quando le famiglie ne avevano bisogno, mandavano i bambini con secchi o piccole taniche a prendere acqua al pozzo o alla fontana più vicina. A volte anch’io e mia sorella ci andavamo e ci incontravamo con altri bambini.

Per noi, invece che un lavoro, diventava un divertimento.

Anche se si viveva in semplicità, noi eravamo comunque dei fortunati, perché il necessario non ci è mai mancato. Non è così, purtroppo, per tante famiglie boliviane che vivono nella povertà e fanno fatica ad avere il sufficiente per una vita dignitosa.

Ricordo con piacere anche le grandi feste religiose, soprattutto quelle della Madonna della Candelora, della Settimana Santa e di Ognissanti: erano momenti in cui tutto il paese partecipava con entusiasmo. La Festa della Virgen de Candelaria durava una settimana; oltre alle celebrazioni cristiane c’erano anche le danze tipiche, le corride con tori e le bancarelle con giochi e dolci.

Adesso che sono in Italia sento tanto nostalgia e mi piacerebbe ritornare.

Con la mia famiglia – ora c’è anche il quarto fratellino, Roberto – ci impegniamo a vivere con semplicità, senza dimenticare le famiglie povere di ogni parte del mondo.



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