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P. Arnoldi, fr. Nocenti, p. Carrara

Affannati dalla frenesia del fare, presi dai problemi del vivere quotidiano, difficilmente troviamo il tempo per soffermarci e chiederci: “ma dove sto andando?”. Novembre è il mese del ricordo che ci porta a pensare ai nostri cari defunti.

La società della tecnica e del consumo tenta di rimuovere anche la realtà della morte. Un tempo morire faceva parte della vita delle famiglie. Nei nostri giorni, i malati terminali vengono confinati in reparti speciali degli ospedali. È un gelido morire. Per il cristiano, invece, la morte dovrebbe essere considerata un dono.

Per chi crede, la vita non finisce in un cimitero, ma nella luce eterna del Risorto.

Per non dimenticare

Ripensando ai nostri cari che ci hanno preceduto nell’abbraccio del Padre, nella nostra mente scorrono i loro visi, lampi di ricordi, come luci che si susseguono al finestrino d’un treno in corsa nel buio della notte. Ma se ci concentriamo nel ricordo, quelle persone le sentiamo vive, reali, accanto a noi. E la memoria si riempie di gratitudine e di rimpianto: sentiamo il bisogno di ringraziarle per il molto che ci hanno dato.

Nel cinquantesimo anniversario della loro presenza ad Alzano, i saveriani desiderano ricordare i nomi dei confratelli bergamaschi che già hanno raggiunto la casa del Padre. Sono 23. Molti di loro riposano in terra di missione, là dove hanno speso gli anni migliori della loro vita. Qualcuno ha pagato con il sangue la sua testimonianza evangelica.

Tre esempi diversi

Agli amici che ricevono “Missionari Saveriani” proponiamo la lettura delle biografie di tre saveriani le cui vite sono state così dissimili, ma unite da un unico ideale. Padre Giuseppe Arnoldi, di Borgo Palazzo, chiamato dal Signore nel pieno della sua dedizione alla vita missionaria. Fratel Giuseppe Nocenti, di Martinengo, narratore sorridente e faceto dei giorni vissuti, per 50 anni, in Cina e Indonesia. E infine p. Luigi Carrara, di Cornale (Pradalunga), scelto giovanissimo a testimoniare con il sangue il suo entusiasmo apostolico nella terra martoriata del Congo.

A loro e agli altri confratelli defunti, ci stringe un legame continuo e affettuoso. Essi ci interpellano e ci incoraggiano a vivere la nostra vita con lo stesso ideale missionario.

Ricordiamo qualche caratteristica di tre saveriani bergamaschi che hanno interpretato la vita missionaria in modo diverso l’uno dall’altro, pur essendo accomunati dagli stessi valori.

Padre Arnoldi e il Cristo dell’acquasantiera

ArnoldiGius3Padre Giuseppe Arnoldi era entrato tra i saveriani nel 1945, a 14 anni, lasciando la numerosa famiglia e l’oratorio della chiesa di sant’Anna. Più tardi, p. Giuseppe scriverà: “La mia vocazione missionaria è nata ai piedi dell’immagine di Cristo scolpita nell’acquasantiera della sagrestia della mia parrocchia. Quando lo guardavo, pareva mi dicesse: “ho sete!”.

Ordinato sacerdote nel 1958, p. Giuseppe trascorre alcuni anni a educare gli allievi missionari. Finalmente, nel 1975, corona il suo sogno missionario raggiungendo l’Indonesia, ma porta nel cuore l’amore per la sua terra. La copertina del libro, che narra la sua biografia, “Amare con tenerezza”, mostra una sintesi della sua vita: sopra le palme delle isole Mentawai, si posa il profilo di Bergamo alta.

Il Signore se lo portò via un grigio giorno di novembre 1991. Tra le ultime parole di questo figlio di Borgo Palazzo leggiamo: “Andando in missione, ho imparato che davvero si salva non tanto chi è praticante, ma chi sa amare con tenerezza”.

Fratel Nocenti e gli zoccoli

Nocenti2Fratel Giuseppe Nocenti era nato a Martinengo nel 1911, vicino alla cascina della roggia, dove è stato girato il famoso film “L’albero degli zoccoli”. Era una famiglia numerosa quella di papà Nocenti. Fabbricante di zoccoli, guadagnava appena per sfamare la cospicua tribù.

Dopo il militare, Giuseppe era entrato tra i saveriani a 23 anni. Tra Cina e Indonesia, ha speso in missione quasi 50 anni. La sua biografia è narrata nel libro “Le opere e i giorni”, edito dall’Emi. Leggere i fatti della sua vita è una gioia dello spirito. Aveva un sorriso accattivante. La fede profonda lo portava a vedere Cristo in ogni fratello che incontrava. Aveva imparato la lezione dell’albero, che sopporta il calore del sole e offre agli altri la freschezza della sua ombra.

Fratel Nocenti è vissuto per due grandi amori: un attaccamento di “bergamasca testardaggine” alla sua vocazione missionaria, al punto di voler ripartire a ogni costo, ultraottantenne, per morire tra i bambini indonesiani, e l’attaccamento alla famiglia saveriana, suo focolare domestico.

Il martire padre Carrara

CarraraLouis1Padre Luigi Carrara era nato nel 1933 a Cornale di Pradalunga. Una sera don Ercole, il curato, si recò in casa Carrara e, senza giri di parole, confidò ai genitori, sorpresi: “Luigi vuole entrare tra i missionari saveriani”. Terminati gli studi, partì per le missioni del Congo, insanguinato dalla guerra civile. Per il suo zelo e la gioia di vivere, la gente lo chiamava “il pastore vero, il pastore buono”.

Con il passare dei giorni l’ostilità e la crudeltà dei ribelli simba, si fecero sempre più minacciose. La mattina del 28 novembre 1964, il colonnello Masanga raggiunse Baraka scortato da un gruppo di guerriglieri. Fratel Faccin si accostò alla jeep e fu abbattuto da tre colpi di pistola. Attratto dagli spari, p. Luigi, che era in chiesa intento a recitare il breviario, accorse e, con la stola al collo, s’inginocchiò accanto al confratello morente. “Ti porto a Fizi per ucciderti con gli altri padri”, gli gridò Masanga. “Se mi vuoi uccidere, preferisco morire qui, vicino a mio fratello”. Un solo colpo, al petto. Tra gli oggetti appartenuti a p. Luigi fu ritrovato il suo breviario: il segnalibro era fissato ai vespri del 28 novembre.



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