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“Stare con” più che “fare per”

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Sara Santarelli è stata ospite della missione di p. Luigi Paggi, in Bangladesh. Ed è diventata Sara Munda (il cognome di tutti i membri della tribù). La sua partenza non è stata priva di… lacrime. In questo periodo, Sara ha capito subito che per la gente di queste culture subalterne lo stare con è molto più importante del fare per. È superfluo aggiungere che se qualche altro giovane valtellinese volesse seguire la pista tracciata da Sara tra le “selvaggette” della foresta del Bengala sarebbe più che benvenuto!                                  Dino Kaka Poma

Arrivo da Cosio Valtellino in questo angolo sperduto del Bangladesh, dove i giorni sfuggono di mano senza accorgersene. Apro gli occhi ed è già passato più di un mese. È tutto così familiare: i volti, le voci, i suoni, perfino il predicatore islamico che urla come un pazzo nella notte o la lotta giornaliera con le zanzare.

Questo Bangladesh assomiglia sempre di più a una casa e le persone a una famiglia. È bellissimo svegliarsi la mattina e sentirsi al posto giusto. Sto imparando a conoscere questa terra, nel bene e nel male. Apparentemente ostile e piena di guai e ingiustizia, nasconde un cuore colmo di amore e ricchezza, che vedo ogni giorno negli sguardi delle ragazze della missione.
Ho passato momenti di confusione in cui non capivo più nulla, dove la mia mente era annebbiata dalle regole di questa società difficile. Mi ha fatto male la condizione delle donne, la mancanza assoluta di libertà nello scegliere per se stesse, i volti coperti e la paura verso il genere maschile. Mi ha fatto male non vedere coppie mano nella mano per strada e trovare ragazze più giovani di me già con una nidiata di figli... Mi fa soffrire sentire che l’amore sia una cosa lontana e rara e sia ostacolato dagli interessi economici.

Non riuscirò mai a capire perché l’orgoglio è più importante della vita e dell’affetto e che si preferisca rovinare la vita a una figlia piuttosto che disonorare il buon nome della famiglia. Sono stata cresciuta da una madre che mi ha insegnato il valore delle donne e le infinite qualità che nascondiamo dietro tratti gentili e buone maniere. Perché tutti i vantaggi che io ho, le mie amiche in Bangladesh non possono averli?
Ma non tutto è negativo in questo mondo. Vivo in una realtà dove spesso lo scopo principale è far apprezzare agli altri la propria figura esteriore. Tutto è digitalizzato e noi possiamo decidere se una persona è interessante o meno dall’immagine nel profilo FB. Siamo schiavi dell’insoddisfazione: più abbiamo, più vogliamo e non ci basta mai, perdendo il valore fondamentale della vita.

Ci siamo dimenticati di guardarci negli occhi, non abbiamo più voglia di dimostrare l’affetto e la felicità, abbiamo paura di mostrarci deboli. Siamo sempre di più alla ricerca di grandi gesti e grandi imprese (fare per) quando in realtà per aiutare chi ha bisogno basterebbe donare parte del nostro tempo (stare con). Il Bangladesh mi ha ricordato di essere una persona umana che ha bisogno di altri esseri umani per sentirsi bene… Ed è proprio qui forse che si nasconde la felicità. Non lasciamoci ingrigire da monotonia e insoddisfazione. Dobbiamo avere voglia di vestirci di tutti i colori dell’arcobaleno. La felicità è possibile e raggiungibile!



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