Rischiare per produrre vita
Dopo otto anni come parroco di San Bernardo a Kinshasa (Congo RD), ho lasciato la parrocchia nelle mani del confratello burundese p. Arcade Irakiza, per tornare in Italia. Sono stati anni di grande lavoro e di eventi straordinari, come il Covid e, soprattutto, la grande inondazione del 5 aprile 2025 che ha distrutto cose e persone e che ha sparpagliato la comunità. Faccio ancora fatica a stilare un bilancio e, forse, non compete nemmeno a me. Però, il primo aspetto di cui ringrazio il Signore è la fraternità con il confratello che il Signore mi ha messo accanto. Non credo che i fedeli ricorderanno le mie prediche e nemmeno le costruzioni e le opere, ma la facilità con cui abbiamo vissuto insieme, l’unità pur nella diversità di opinioni, l’affetto che ci ha unito. Le varie scelte, come quella di non avere una macchina, tendevano a voler essere assente il meno possibile. Un altro aspetto è stata la trasparenza economica. La gente di Kinshasa è molto generosa e con quello che donano la parrocchia e la comunità saveriana possono vivere tranquillamente. Ma bisogna che abbiano fiducia. E questa fiducia si crea con la trasparenza, dimostrando che ciò che è donato è ben utilizzato.
Alla mia partenza qualcuno si è mostrato preoccupato perché con me finisce l’era di un parroco “mondele =bianco”. È vero che sta finendo un’epoca per la chiesa africana e per la congregazione. Soprattutto è bene che finisca una missione troppo fondata sulle opere che rende la gente dipendente.
Cosa rimpiango? Prima di tutto l’abbondanza di vita di un popolo che, pur nella più grande povertà, sa rischiare per produrre vita. Bambini ovunque, giovani ovunque, mamme ovunque. E ora ritorno in una società che non sa più rischiare per la vita, che fa fatica a cantare e a celebrare... Rimpiango poi il fatto di aver fatto fatica a capire in profondità la gente, perché mi scopro sempre più frutto di una formazione secolarizzata, desacralizzata e scientista. Ho cercato di smontare la loro paura dei sogni e di contrastare le “profezie” dei numerosi ciarlatani. Ma ho sempre avuto l’impressione di parlare un’altra lingua. Forse in questi casi l’unica risposta può essere saperli ascoltare, com-patire e offrire una parola di conforto e speranza. E qui sta il rimpianto maggiore: quello di essere un prete con poca fede. La gente infatti ha bisogno di tante cose e vengono a noi per tante richieste, ma in fondo quello di cui hanno bisogno è Dio. Questa è l’eredità e il dono che i cristiani di Kinshasa mi hanno lasciato e spero di farne tesoro.







