Quattro verbi missionari
Nel primo giorno di lezione nella lingua thai, l’insegnante ci ha spiegato quattro parole importanti che ci avrebbero
accompagnati per tutto il periodo di apprendimento della lingua: fān didi - ascoltare bene, dū didi -vedere bene, kít didi - pensare bene, pût dandan - parlare forte. Questi quattro verbi mi aiutano a condividere un po’ del nostro cammino missionario in Thailandia.
Ascoltare bene
La prima cosa che ogni missionario è chiamato a fare, entrando in una nuova terra, è mettersi in ascolto del popolo che lo accoglie. Questo processo, difficile e delicato, è essenziale per una vera immersione nella vita reale della gente.
Da quando siamo arrivati in Thailandia stiamo cercando di realizzare questa dimensione attraverso incontri e dialoghi con religiosi e religiose che qui lavorano da vari anni. Ma è soprattutto il rapporto quotidiano con uomini e donne thailandesi che ci aiuta ad ascoltare e ad accogliere il vento che lo Spirito soffia in questa terra.
Se l’atteggiamento di ascolto non è per sé facile, ascoltare in un'altra lingua è ancora più difficile. La lingua thai (con i suoi caratteri, 44 consonanti, 32 vocali e 5 toni diversi) si presenta come una sfida grande e, allo stesso tempo, affascinante per la sua bellezza. Spesso le barriere del linguaggio e le difficoltà dell’ascolto vengono superate da gesti di amicizia, gentilezza e cordialità.
Vedere bene
Oltre a mettersi in ascolto, il missionario è chiamato a guardarsi intorno per capire meglio “l’universo culturale" che lo circonda. Il nostro lavoro pastorale in parrocchia e nelle periferie - in collaborazione con le sorelle saveriane, i missionari del Pime e alcuni laici - sono per noi opportunità per allargare i nostri orizzonti.
Uno sguardo più attento ci porta ad assumere atteggiamenti e compiere gesti pieni di valore, che fanno parte della cultura delle persone con cui viviamo. Ad esempio, in Italia ci si saluta scambiando un bacio e un abbraccio; in Thailandia, invece, ci si saluta unendo le mani e chinandosi, come segno di affabilità e gentilezza.
Guardando intorno a noi, ci confrontiamo anche con dei problemi che sono vere ferite nella società thailandese; ad esempio, la prostituzione e il fenomeno dell'immigrazione.
Il “vedere” del missionario, tuttavia, non può limitarsi a una semplice constatazione, ma deve riprodurre il vedere di Dio, il quale "vede la situazione del suo popolo, ascolta il suo grido di angoscia e scende per liberarlo”.
Pensare bene
Mettersi in ascolto dell’esistente attorno a noi e vedere con deferenza il contesto in cui operiamo, ci porta a pensare in profondità. Questo è segno dell'azione dello Spirito in noi, il quale ci conduce alla cultura dell'incontro e ci impedisce di rimanere alla superficie delle cose e degli eventi. Questo stesso Spirito ci rende capace di intravedere - nella realtà che ci sta dinnanzi - tracce del divino, impronte della presenza di Dio.
La maggior parte della popolazione thailandese è buddhista. Nel rapporto con le altre religioni, il nostro pensare illuminato dallo Spirito ci porta a percorrere la strada del dialogo interreligioso, consapevoli che i "semi del Verbo" sono sparsi ovunque e chiedono pienezza. Questo percorso ci spinge a cercare ciò che ci unisce, che è molto più di ciò che ci divide, come ha affermato Giovanni Paolo II.
Parlare forte
L’ascoltare bene, il vedere bene e il pensare bene del missionario è motivato dal suo desiderio di gridare al mondo - più che con le parole, con la propria vita - l'amore di Dio per l'umanità in Gesù Cristo, il quale ci dona il suo Spirito che ci conduce a proclamare tutta la bellezza, la verità e la bontà del vangelo.
Questa Buona Novella apre davanti a noi orizzonti sterminati di fraternità, di carità e di comunione.
Animati da questa certezza, iniziamo il nostro lavoro missionario nella città di “Km 48”, in Thailandia settentrionale, e in una periferia di Bangkok, con il desiderio di collaborare, mettendo il nostro piccolo mattone all’edificazione del grande edificio del regno di Dio.







