Quanto è lontano il cielo? /2
Le due cavalle iniziano la discesa che porta alla parrocchia. Lasciamo il bordo del vulcano: un ultimo sguardo alla luna che si specchia, ora più marcata, nel lago salato. Il sentiero, con molte pietre, si fa più difficile. È facile inciampare e scivolare e bisogna essere pronti con la briglia a sostenere il cavallo se sta per cadere. Questo non mi impedisce di seguire il filo dei miei pensieri.
La folla che partecipa davvero e tutte le comparse dei drammi sacri vivono in questo modo la loro fede. Anni fa credo l’avrei chiamata superstizione. E forse anche nelle grandi città europee la definirebbero così. Ho l’impressione che in Europa, dopo il Concilio, si sia cercato di “sfrondare” le sovrastrutture della religione, cercando di togliere ciò che si considerava superstizione. Tuttavia mi pare che in molti casi si sia buttato via, come si usa dire, anche il bambino insieme all’acqua sporca. Una fede troppo intellettuale, troppo interiore, troppo morale rischia di non lasciare più niente, scivolando facilmente nell’ateismo. Questa gente non è né intellettuale, né troppo “in regola” con i dettami dei trattati di teologia morale... Eppure crede che l’Uomo che portò la croce è il Figlio di Dio, che muore per noi, ci perdona i peccati ed è risuscitato. In altre parole, è la nostra più sicura Speranza, è la nostra Pace. A noi vicinanza infinita.
Così, non mi arrischio più a giudicare dove finisce la fede e dove cominci la superstizione. L’incontro di Dio con un essere umano è qualcosa di così profondo e intimo che solo Dio può conoscerlo, perché egli è “più intimo a me di me stesso”, direbbe Sant’Agostino. Questa gente crede così come sa credere e come, del resto, tutti noi con i nostri peccati e pesantezze, ma con grande fede nel Figlio di Dio che ci giustifica. Nelle chiese si incontra gente che piange, che svolge un dialogo più o meno silenzioso davanti al crocefisso o alla statua della Vergine Maria.
“Maestro di fede” non è chi ha studiato teologia... E ognuno crede come sa e come può. Per loro Dio è vicinissimo: è Gesù che torna a nascere ogni anno qui sulla terra e torna a portare la croce. Anni fa, ho letto in un libro: “... la infinita lontananza di Dio, si è fatta in Cristo vicinanza infinita...”
“Padre, quanto è lontano il cielo?”… La voce del mio ahijado, con gli occhi fissi alle stelle luminosissime del limpido cielo messicano, interrompe il filo dei miei pensieri e mi riporta alla realtà: poco lontano, le luci del villaggio; nel vento, profumo intenso di arboles del paraíso in fiore; nel silenzio, lo scalpitio degli zoccoli.
“Padre, il cielo è davvero molto lontano?”, mi torna a chiedere Enrique. E mi trovo a rispondere: “È vicino, Kike, più vicino di quello che a noi sembra...”.








