Profuma la fede in anfore antiche
A servizio della chiesa, senza condizioni
Padre Alessio Cabras, che ha curato questo "paginone" sul giubileo saveriano in Brasile, missionario di origine sarda, ha lavorato in Brasile dal 1955 ad oggi, eccetto il periodo dal 1985 al 1993, quando fu direttore di Missionari Saveriani, raggiungendo 118.000 copie di tiratura.
Il primo contatto dei saveriani con la realtà sociale e religiosa in Brasile fu scioccante: la mole di lavoro che li attendeva era enorme; le difficoltá da affrontare erano tante; le sfide grandi. Davanti a loro si apriva un orizzonte di proporzioni impressionanti: un Paese vasto come un continente, con una superficie di otto milioni e mezzo di chilometri quadrati e una popolazione di oltre 140 milioni di abitanti. Tutti cattolici, ma carenti di assistenza religiosa, soprattutto nelle zone rurali. La carenza di sacerdoti era cronica ed estrema.
Tutti cattolici, per tradizione
Davanti al fenomeno dell'industrializzazione e del rapido urbanesimo, la chiesa aveva concentrato la maggior parte dei suoi sforzi nelle grandi città, potenziando la sua presenza soprattutto nei settori dell'educazione e della sanità, con scuole e dispensari.
Per i vescovi, i due grossi pericoli per la chiesa erano rappresentati dallo spiritismo, con i suoi numerosi centri di assistenza religiosa e sociale, e le sette protestanti di tipo pentecostale. Negli anni '60 e '70, furono soprattutto queste ultime a strappare alla chiesa cattolica centinaia di migliaia di fedeli.
Per i saveriani, chiamati a lavorare in parrocchie delle zone rurali, più preoccupante dell'aumento numerico dello spiritismo e del protestantesimo, era l'ignoranza religiosa della stragrande maggioranza dei cattolici.
Il sistema portoghese del padroado
Tale fenomeno aveva le sue radici nell'istituzione del "padroado", imposto alla chiesa all'inizio della colonizzazione del Brasile. Per mezzo di questo trattato, il re del Portogallo si dichiarava responsabile per la costruzione dei seminari e del mantenimento dei seminaristi, sacerdoti e vescovi in Brasile. In cambio, si riservava il diritto di porre il veto alla nomina di nuovi vescovi, all'erezione di nuove diocesi, alla costruzione di chiese e seminari. Alle nuove richieste, quasi sempre la risposta del re era negativa.
Questo spiega perché, ad esempio, nei primi 126 anni dall'arrivo dei portoghesi, in Brasile fu fondata una sola diocesi e perché, all'inizio degli anni '50, i sacerdoti diocesani erano solo alcune migliaia per un territorio grande 28 volte l'Italia.
Nessuna meraviglia, quindi, se all'arrivo dei saveriani, molte comunitá cattoliche delle campagne si ritenessero fortunate di ricevere la visita del sacerdote una volta l'anno. Quando questi arrivava - in barca, a cavallo o piú spesso a piedi - si fermava giusto il tempo di battezzare i bambini, farsi lunghe ore di confessionale, regolarizzare matrimoni, dare l'unzione ai malati gravi, risolevere i problemi più urgenti della comunità..., per poi ripartire alla volta di altre comunità.
Senza un'istruzione adeguata, la gente si tramandava di padre in figlio, per tradizione, la fede, le preghiere, la devozione ai santi. Spesso sviluppava forme di religiosità popolare o si dedicava ad altri culti, pur continuando a dichiararsi cattolica.
L'essenza e l'etichetta cristiana
Scriveva a questo proposito mons. Francisco de Paula in un suo studio su La storia della chiesa del Maranhão: "Il popolo conserva ancora il profumo della religione, come le anfore antiche conservano il profumo delle essenze che avevano contenuto. Ma è solo profumo; l'essenza è mescolata con mille altre sostanze eterogenee e persino contrarie alla fede. E' rimasta ancora l'etichetta, per dire che il popolo è cristiano, è cattolico; ma in verità, la sua religione è fatta di formalismo pietista, infestato da superstizioni e false dottrine".
Davanti a questo quadro, si capisce la preoccupazione della Santa Sede e l'insistenza dei Papi affinché le congregazioni religiose e gli istituti missionari maschili e femminili d'Europa inviassero personale preparato e aprissero seminari e case di formazione in Brasile. Si trattava, secondo il pensiero della suprema autorità della chiesa, di prestare un servizio sussidiario a una chiesa che, senza l'aiuto esterno, non sarebbe stata in condizione di adempiere in pieno la sua missione.
I saveriani accolsero l'invito. Per non perdere tempo, dirottarono verso il Brasile una spedizione di missionari che era già stata destinata agli Stati Uniti.
Per i saveriani le situazioni più difficili
Arrivati in Brasile, i saveriani si misero subito a servizio dei vescovi, senza porre condizioni né richiedere privilegi. Se c'era un desiderio, era quello di essere destinati alle situazioni geografiche e umane più difficili. Come missionari, volevano essere la punta di diamante nelle diocesi che li accoglievano. Per loro, questa era la maniera di sentirsi e di essere veri missionari.
Con facilità si adattarono al tipo di pastorale che trovavano sul posto. Questa era centrata, come dappertutto prima del Concilio, sui sacramenti, la devozione ai santi, processioni, novene, promesse e voti, benedizioni di ogni tipo.
Nella parrocchia, il prete era tutto: ministro del culto, consigliere, consultore familiare, confidente, autorità riconosciuta e indiscussa. Non si faceva nulla senza aver sentito il suo parere.
Nelle varie parrocchie, rurali e urbane, dove i saveriani hanno lavorato, essi hanno lasciato numerose opere, frutto di zelo e della solidarietà con i più poveri: chiese, asili, ospedali, scuole, case di riposo per anziani, mense per i disoccupati…
In molte città, la gente ha voluto dedicare ai figli di mons. Conforti una via, una piazza, una lapide... come segno perenne di riconoscenza.
La Congregazione di Propaganda Fide, già nel 1897, aveva chiesto a mons. Conforti missionari per la diocesi di Rio Grande do Sul, in Brasile. Il Conforti rispose che, "al momento non li aveva; ma che li metterà a disposizione appena possibile" (cfr. Vita nostra, 9 luglio 1897). Da quella richiesta all'arrivo dei primi saveriani sono passati 56 anni.








