Patrimonio spirituale delle religioni
Caro direttore,
finché vivo ricorderò l’incontro avuto con papa Francesco il 1° ottobre in Vaticano. Il Pontificio Consiglio per l’unità dei Cristiani ha convocato una giornata di studio interreligioso su “Amore fraterno e nonviolenza per la pace e l’armonia globali”, aperta a buddhisti, islamici, induisti, jainisti e sikh… A me è stato chiesto di intervenire su “L’eredità di Gandhi: cosa resta e quali sono le prospettive”. Il giorno dopo, in Piazza San Pietro, ho modo di avvicinarmi al Santo Padre, dicendogli: “Sono uno dei partecipanti all’incontro di ieri su Gandhi”. E mentre ci stringiamo la mano, lui mi dice: “Bravo! Gandhi è l’unico che è riuscito a fermare una guerra, senza produrne un’altra”. Beppe Marasso, Torino
Caro Beppe,
il tema della non-violenza è di grande attualità. Abbiamo bisogno di mitezza, di disarmarci. Leonardo Becchetti, parlando dell’Europa, fa un’analisi che condivido. “La perdita progressiva di radici spirituali e di un allenamento alle virtù del dono, della reciprocità e della cooperazione rischia di portare le nostre società verso il tutti contro tutti che crea una società di individui soli, tristi e rancorosi che non desiderano altro che l’arrivo di un uomo forte che mantenga l’ordine ed eviti il caos” (…).
Il necessario rinnovamento, anche sociale e ambientale, non può che essere anche spirituale. Riferendosi ai giovani che, per vari motivi, nelle nostre parrocchie non si sentono a casa, dice Gianni Cardinale (Avvenire, 4 gennaio 2020): “Dobbiamo reimparare a pregare, ad avere un’intensa interiorità”, riscoprendo il valore del silenzio, dell’ascolto. Questa sete e anelito profondi vanno coltivati, offrendoli al mondo moderno che pure, come è stato detto, non è più nella cristianità. Paradossalmente, anche grazie alla presenza di tanti immigrati (e religioni) in mezzo a noi, sta nascendo una società multietnica, intrisa di religiosità. Noi missionari abbiamo già toccato questo con mano. Dov’ero io, in Amazzonia, l’ateismo e la secolarizzazione non esistevano. Era un mondo con una religiosità naturale, diffusa ovunque, in ogni ambito e persona. Per noi europei, è un’occasione e una sfida.
Maurizio Ambrosini (Avvenire, 17 gennaio 2020) sostiene che grazie alle religioni, quelle nuove e quelle di tradizione, “un futuro più abitabile non si costruirà né sui muri della chiusura alle fedi degli altri, né sulla tabula rasa della cancellazione del sacro per scrupolo di neutralità”. Bisognerà valorizzare il loro patrimonio spirituale, troppo importante per convivere. Rifuggendo, naturalmente, da settarismi e fondamentalismi.
Papa Francesco, a questo riguardo, ci ricorda che la fede non si riduce a dottrine, ma è “il rapporto con una persona viva, da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto, mettendo Lui al primo posto, prima del mio tempo, dei miei diritti, dei miei spazi… Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, per scoprire che la grandezza della vita non consiste nell’avere, ma nell’amare… Adorare è riscoprirci fratelli e sorelle, è trovare nel Dio vicino il coraggio di avvicinare gli altri… Sono un cristiano adoratore? Tanti cristiani che pregano non sanno adorare!”. Custodiamo il dono che Dio ci ha fatto, la gratuità, e tradurremo tutto questo in azione concreta, nel quotidiano. Avremo un mondo più umano, fraterno e inclusivo.







