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P. Walter Taini, di Rezzato, da un paio di mesi fa parte della comunità saveriana di Brescia, dopo una lunga esperienza missionaria in Brasile. L’abbiamo intervistato.

Da quanto sei in Italia?
Sono tornato a settembre 2023. Mamma Domenica, dopo la morte del papà nel 2020, viveva a Tarquinia (RM) con mia sorella e la sua famiglia. Visto che la sua salute era stabile, ha espresso il desiderio di fermarsi a Rezzato, a casa sua. Sono stato con lei fino a Natale. A quel punto, ho pensato di chiedere ai superiori di essere trasferito in Italia, rinunciando alla missione in Brasile. Desideravo, però, stare vicino alla mamma. Così, da marzo, eccomi nella comunità saveriana di Brescia, con la possibilità di poter raggiungere Rezzato agevolmente.

Sei stato impegnato anche in altro?
Sì. La diocesi mi ha chiesto di aiutare da dicembre fino a Pasqua una parrocchia di Lumezzane e così ho fatto. Ora, potrebbero affidarmi una zona pastorale vicino a casa. Ci terrei a continuare il ministero che attualmente svolgo a Rezzato. Nell’anno (2019-2020) in cui avevo assistito papà aiutavo a Bedizzole, al santuario di Masciaga, collaborando anche con i missionari della Consolata. È stata una bella esperienza.

Come trovi le comunità cristiane?
A Lumezzane c’è stato un cambiamento importante. Sette parrocchie con un solo responsabile (don Michele Tognazzi, rezzatese e già fidei donum in Burundi) e alcuni coadiutori. Però l’impressione è che la partecipazione sia buona. Certo, le strutture ora sono sovradimensionate rispetto alle esigenze, soprattutto quelle degli oratori che però sono ancora ben attivi. Soprattutto in certe occasioni (feste, Via Crucis), la gente è ancora molto presente. A Rezzato forse si percepisce di più il calo, ma è una situazione diffusa.

E i Saveriani di S. Cristo?
È sicuramente una comunità dalla media d’età alta, con alcuni problemi di salute, però tocca a me adeguarmi al loro ritmo di vita che in Amazzonia era diverso.

Cosa farai in comunità?
Per ora opere di manovalanza, non ho ancora un incarico preciso. Cerco di essere utile e di orientarmi.

Hai partecipato alla festa dei familiari…
Sì… È stato un bel momento. Mi sarebbe piaciuto fermarmi di più con tutti e dialogare, ma il tempo è volato e non è mai abbastanza in queste occasioni.

C’è spazio per l’animazione missionaria? 
Per fortuna qui ci sono ancora le redazioni delle riviste missionarie e “Missione Oggi” in particolare che mantiene i rapporti con la città, il territorio, con le realtà legate alla missione e ai temi che ci stanno a cuore. L’accoglienza di gruppi, concerti e scolaresche è un elemento positivo, ma forse bisognerebbe andare oltre l’aspetto dell’ospitalità, pur considerando le forze in campo.

È mancato da poco p. Renato Trevisan che a Brescia ha lavorato…      
Quando lui è andato via da San Felix do Xingu, in Amazzonia, p. Dario Maso ed io abbiamo preso il suo posto. Eravamo freschi di missione. Lui e p. Salvatore Saiu vivevano a 100 chilometri nel villaggio dei Kayapò a cui Renato ha dedicato tutta la sua vita. Gli indios inizialmente volevano la presenza dei missionari per avere vantaggi ed aiuti materiali, ma Renato e Salvatore si sono presentati solo con la loro valigia, a mani vuote. Pian piano si sono inseriti. Quando ci incontravamo, raccontavano della vita tra gli indios. A livello di Chiesa brasiliana, ha portato avanti l’esigenza di una presenza missionaria tra gli indios, che fosse vita condivisa non importazione di strutture e servizi. Con l’aiuto di mons. Krautler, ha invitato le suore di Charles de Foucauld nella comunità degli indios Assurini, un popolo che aveva deciso di estinguersi. La loro presenza, senza evangelizzazione esplicita e fatta solo di testimonianza, ha riportato vita (come già era successo negli anni ’50 con il popolo Tapirapè). Nel 1988, dopo la dittatura, per i lavori dell’Assemblea Costituente, p. Renato è stato invitato a Brasilia perché il popolo Kayapò potesse recepire, ma anche proporre i valori indigeni da inserire nella nuova costituzione. Il suo lavoro di ponte è stato molto apprezzato.



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