P. Leone Occhio, Cristo servo al centro di tutto e tutti
Londrina, 10 settembre 2018. Pieno sole del mattino. Arrivato da poche ore in terra brasiliana sono accolto dalla cordialità dei missionari Saveriani. L’ospitalità di quello che un tempo era il seminario minore mi offre una stanza comoda e fresca, dell’ottima frutta e il tempo per respirare gradualmente il clima della bella comunità. “Questa doveva essere la stanza di tuo zio, ma padre Leão, appena l’ha vista, l’ha rifiutata”.
Lo zio Leone ha preteso l’unica stanza senza aria condizionata. L’ho visitata in silenzio e col fiato sospeso, come se entrassi nel santuario della sua coscienza. Accanto al letto, ben accostate tra loro, un paio di scarpe deformate dagli innumerevoli passi trascorsi, appesa all’armadio una zappa e una cintura ricurva, sulla scrivania i suoi occhiali dalla montatura scura, un cappellino e una corona del rosario di plastica. Non ho potuto fare a meno di notare che l’unico quadro appeso alla parete era un collage di fotografie a forma di casa. Sulla cima l’immagine di Maria Bambina del santuario di Villavetere a Gallignano, suo paese d’origine, e sotto il volto del fratello Salesiano in Canada, della sorella Fede, di papa Benedetto XVI e di alcuni compagni incontrati nei lunghi anni di missione.
“Puoi restare finché vuoi”, mi dice p. Claudio. Dopo saremmo andati in ospedale a visitare il “Leone ferito”. Per lui, sembra sia stata fatale l’esagerazione dell’aria condizionata dei bus che collegano Londrina alla periferia di San Paolo. Un viaggio impegnativo per chiunque, a maggior ragione per un uomo di novantuno anni con la salute evidentemente già compromessa. Ma chi l’ha conosciuto personalmente sa bene che era stato impossibile impedirgli di raggiungere l’obiettivo di tornare a visitare alcune famiglie incontrate nei lunghi anni di favela in san Paolo. “Per aver accettato di farsi ricoverare, vuol dire che non ce la faceva proprio più”, mi confida un confratello, mentre raggiungiamo il presidio ospedaliero. “Se sapesse che sta morendo nell’ospedale dei ricchi non ce la perdonerebbe”. Per la verità nulla di appariscente o ricercato per noi occidentali, ma molto probabilmente non per chi come lui ha scelto di spendere la sua vita povero tra i poveri.
Davanti al suo volto sedato, ripenso ad alcune fotografie color seppia scattate dallo zio com sem casa o com sem terra. Una riportava la data 1977, celebracação em àrea rural Moreira sales, Paranà. Visitava villaggi, ascoltava la vita della gente, condivideva la loro storia, pregava e lottava con loro. A volte, con l’aiuto di alcuni cartelloni colorati con schemi e fotografie, faceva catechesi per spiegare, a chi poteva capire, quali attinenze avesse il Vangelo con tutto questo. Alzava la voce, ma senza smettere di sorridere. Stringeva i pugni, ma senza rinunciare a stringere mani. Non ha mai smesso di partecipare agli incontri di formazione del clero organizzati dalle Diocesi che ha servito, dicendo sempre la sua e dimostrando di essere al corrente dell’ultimo documento magisteriale uscito dalla Santa Sede o dal CELAM.
Sotto l’equatore, le sere iniziano presto e presso le comunità di base, oltre all’Eucaristia o la catechesi in preparazione ai sacramenti, molti missionari come lo zio partecipano volentieri ai gruppi che si formano a partire dalla condivisione della Parola di Dio. Lì è evidente che “in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire, tra laici e pastori e che per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno” (Cf. Can 208).
Percorrendo le strade della città, più si scende più s’incontra l’indigenza. Qualcuno direbbe che la ricchezza svetta, domina e calpesta la testa - e il cuore - del povero. Ma lo zio Leone non si fermava a trangugiare questa evidenza. Lui scendeva - perché lo voleva - in mezzo alle radici dell’umanità carioca. Senza borsa, né sacca, né sandali (Cf. Lc 10,4). A tratti pioniere, ma contemporaneamente consapevole di essere operaio in squadra dell’unica grande missione, quella di Cristo.
Sono passati sei anni (era il 13 settrembre 2018) dal suo ritorno alla Casa del Padre. A ciascuno di noi lascia un gruzzolo oneroso della sua ricchissima povertà. A me lascia brucianti due domande e una affermazione sottolineata, che ho trovate appuntate da lui stesso sulla sua copia di Praedicate evangelium e che mi son permesso di fotografare: “Como construir comunidade? Como explicitar esta alegria del misterio del Cristo? A centro de tudo e todos: Cristo servo!”.







