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Notizie: Noviziato in Africa, Burundi, Brasile, Molucche, Congo

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Noviziato saveriano per l'Africa

Dall’agosto u.s. il Noviziato saveriano per l’Africa non è più a Yaoundé (Camerun) ma a Kinshasa (Congo). La Comunità è attualmente composta da tre padri: Giulio Simoncelli, maestro; Marongiu, vice economo e vice maestro; Noris, Procuratore e incaricato delle opere sociali, e da cinque novizi dei quali tre provenienti dal Camerun e due dal Congo. Il cardinale e i tre vescovi ausiliari di Kinshasa hanno accolto il ritorno del Noviziato con molta simpatia e cordialità. La Regione pensa di potenziare, in un prossimo futuro, la presenza saveriana con l’apertura di una parrocchia. Per ora, la situazione a Kinshasa non presenta particolari difficoltà, anche se non è tranquilla dal punto di vista sociale e politico. La gente deve far fronte ogni giorno al terribile quotidiano arrangiandosi alla meno peggio per sopravvivere. Si spera vivamente nella pace e nella riunificazione del Paese, in guerra ormai da più di cinque anni.

La situazione in Burundi

"La sfida maggiore? Quella di continuare a fare la missione e ad annunciare il Vangelo della pace, in una situazione di guerra. Quella di riuscire ad individuare, nonostante tutto parli di caos e violenza, possibili segnali di speranza", p. Luigi Arnoldi, 55 anni, bergamasco, missionario dal ’79, è da poche settimane il nuovo Superiore Regionale dei Saveriani in Burundi. Ritorna nel piccolo Paese dei Grandi Laghi, la sua prima terra di missione, dopo una breve parentesi europea e dopo lunghi anni trascorsi in Congo. "Il Burundi – racconta p. Luigi - vive una condizione drammatica. È percorso da bande armate, che saccheggiano, rubano, uccidono. Non si tratta di scontri di tipo militare, nel senso che non ci sono eserciti o gruppi di soldati che si confrontano. Sono bande di predatori che conducono razzie, assaltano i civili e li costringono ad abbandonare campi, case e villaggi. Aggrediscono auto e mezzi pubblici; vi è una grande insicurezza anche lungo l’intera rete viaria. Le strade del Burundi sono così diventate luoghi d’agguato. In questa situazione il Governo fa quel che può in una condizione di sostanziale stallo. A livello politico sta portando avanti una serie di piccole riforme.

Quello in carica è un Governo di transizione, guidato dal presidente Pierre Buyoya, che fra un anno e mezzo dovrà passare la mano ad un esecutivo retto da un leader di un partito diverso. Gli altri due grandi poteri del Burundi sono il Fronte armato, che associa tre-quattro movimenti di ribelli, e l’esercito. Governo, esercito e fronte dei ribelli si guardano in cagnesco. I generali non si fidano dei politici e vorrebbero trattare con i militari del Fronte, che, a loro volta, non vogliono saperne dell’attuale Governo. Insomma, una situazione di attesa e di grande tensione, nella quale la fanno da padrone le bande armate. La Chiesa locale non è esente da influenze politiche e militari. Ciò nonostante, sta facendo uno sforzo notevole per creare un clima di unità, al suo interno e nel Paese. Vuole dare un esempio che diventi segnale di speranza. E infatti, se pure in maniera lenta e sotterranea, la Chiesa sta mantenendo una serie di contatti, sta lavorando per il dialogo tra le diverse parti in conflitto. Un lavoro oscuro, che, ne sono convinto, non mancherà di dare frutti, nell’interesse del Paese".

Il "sogno" dei popoli

Da Porto Alegre, che ha ospitato il Secondo Forum sociale mondiale, giunge un appello della Caritas di America Latina e Caraibi, in particolare dalle donne cristiane, riunite nel secondo Incontro Latino-americano e dei Caraibi delle donne, che sognano anche loro un mondo nuovo e solidale: "Un mondo dove la solidarietà sia la norma, e la fraternità tra Paesi diversi sia l’obiettivo principale – si legge nel documento stilato a Porto Alegre – dove non esista la mercificazione, né l’esaltazione di feticci, ma solo l’amore; dove il lavoro alienato abbia fine. Un mondo dove le donne non siano discriminate; dove le relazioni siano di uguaglianza e di amore, e non di odio né di mancanza di rispetto; dove la violenza sia ricordata come un passato lontano; un mondo dove i diversi popoli, nero, indigeno, straniero, abbiano un luogo degno assicurato; dove possiamo vivere socialmente in libertà, umanamente in uguaglianza e pienamente felici, tutti e due". Da qui l’appello a "superare le nostre incoerenze individuali attraverso dei processi personali coerenti coi principi e gli ideali a cui aspiriamo per la società.

Molucche: pace tra cristiani e musulmani

È stata accolta con grande entusiasmo la notizia dell’accordo di pace siglato a Makassar, capoluogo di Celebes, Indonesia, tra la delegazione musulmana e quella cristiana. L’incontro è avvenuto alla presenza di una squadra governativa, incaricata di mediare tra le parti, guidata dal ministro per gli Affari sociali Jusuf Kalla e da quello dell’Interno, Susilo Bambang Yudhyono. L’intesa pone le basi per la riconciliazione tra le Comunità religiose che nel 1999 dettero inizio ad un conflitto che ha provocato 13.000 morti. I rappresentanti delle due parti si sono impegnati a fermare "qualsiasi tipo di conflitto e di violenza" in applicazione di un accordo formato da 11 punti. Tra le misure più importanti sottoscritte, si trovano anche l’opposizione a qualsiasi movimento separatista, incluso l’Rms "Repubblica delle Molucche meridionali", il diritto degli abitanti dell’Arcipelago delle Molucche a muoversi e lavorare liberamente in tutta l’Indonesia, il rispetto di tutte le forme di servizi religiosi e delle diversità culturali, e il rientro nelle zone di origine dei numerosi rifugiati. Nell’accordo figura anche l’istituzione di un team indipendente che avrà il compito di indagare sugli incidenti avvenuti nel gennaio del 1999, che hanno segnato l’inizio del conflitto interreligioso. Il Centro di crisi della diocesi cattolica di Ambon ha definito il giorno degli accordi come un giorno memorabile per le Molucche e per il futuro di questa zona, un giorno che segna il punto di partenza di una nuova prospettiva di pace".

Congo: pubblicata in francese la storia della Chiesa in Africa

La prima storia della Chiesa in Africa, "2000 anni di cristianesimo in Africa", realizzata da p.John Baur e pubblicata in lingua inglese a Nairobi nel 1994, è stata ora tradotta anche in francese dal Gesuita p.Yves Morel. Esce con qualche ritardo rispetto ai tempi prefissati, a causa degli eventi bellici che hanno colpito molte zone dell’Africa, il Congo in particolare, dove l’opera è uscita. Stampato in Portogallo, il testo è stato rivisto e aggiornato dall’autore, e viene diffuso in tutti i Paesi francofoni africani: si tratta infatti della prima storia della Chiesa africana che copre l’intero continente. Parte dall’origine del cristianesimo in Africa nel I secolo e descrive il suo sviluppo in 55 continenti. Il volume, di 640 pagine, contiene 15 tavole dell’Africa antica e contemporanea, un indice analitico e alcune tavole statistiche. Il testo ha una precisa dimensione ecumenica, in quanto sottolinea anche l’opera di evangelizzazione svolta nel continente dai Protestanti. L’autore, p.John Baur, è un sacerdote svizzero che ha trascorso più di 40 anni della sua vita in Africa, come insegnante nei seminari di Tanzania e Kenya, ed ha pubblicato diversi libri di storia della Chiesa. L’opera è destinata agli studiosi di storia, alle università, seminari, Centri di formazione e Istituti missionari, oltre a quanti sono interessati a conoscere lo sviluppo del cristianesimo in Africa.

Indios davanti alla Tv

Anche gli indios Kaiapò di Moiokarakò (diocesi di Belém, Brasile), davanti all’unica televisione a batteria del villaggio, hanno visto le immagini dell’11 settembre e quelle del conflitto in Afghanistan e sono rimasti spaventati. Dopo una riflessione sulla guerra, hanno chiesto al missionario: "Verrà anche qui? Al tuo Paese c’è già? Dì ai tuoi parenti, se sono in pericolo, di venire qui con noi, faremo per loro una casa". Lo riferisce il Saveriano, p.Pino Leoni impegnato nella pastorale indigenista a San Felix (Xingù). Un capo anziano, Mote, gli ha chiesto di scrivere per loro una lettera contro la guerra da mandare ai "Grandi Capi".



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