Non c’è missione ovunque
Il 6° Congresso Missionario Americano (CAM6), tenutosi a Ponce (Porto Rico) dal 17 al 24 novembre 2024, ha messo in evidenza il ruolo della Chiesa come comunità missionaria, aperta e presente nelle periferie. Durante l’evento, è intervenuto anche p. Stefano Raschietti.
Bisogna correre il rischio dell’incontro con l’altro, passando dall’ansia della salvezza alla calma della convivenza; dalla presunzione di chi vuole insegnare all’indole di chi vuole imparare. Se la missione ad gentes è stata coloniale, non possiamo condannarla in tutto e ora il ritiro non sembra essere una soluzione ragionevole. Tuttavia, è assolutamente necessario ricordare i crimini commessi dal colonialismo storico e attuale. Ciò ci permette soprattutto di ridefinire i rapporti tra i diversi popoli. Una missione decolonizzata è una missione autenticamente povera, missionaria e pasquale. Oggi, ogni Chiesa è diventata missionaria, ma questa percezione nasconde il rischio di non riconoscere le diverse situazioni in cui si trovano le Chiese e le persone. Non si svolge una missione ovunque. In primo luogo, avviene nelle periferie territoriali, socioculturali ed esistenziali. Luoghi lontani dal centro, di lotta per la vita, di esclusione, marginalità e trasgressione. Secondo, alle frontiere: muri veri e crudeli per milioni di persone. E in terzo luogo, fino ai confini della terra, fuori dai nostri mondi, attraversando le frontiere e ascoltando il costante richiamo al dovere evangelico di solidarietà, dialogo e apertura universale verso tutti i popoli.
Ci sono diverse azioni che incidono non solo sulla forma, ma anche sul grado di impegno e sullo stesso dinamismo missionario tra l’agente della pastorale missionaria nella sua parrocchia e chi sta servendo la missione oltre frontiera in un paese musulmano in Africa o in Asia. In questo contesto, la Chiesa in tutta l’America è ancora alla ricerca di modi per promuovere e sostenere la partecipazione dei laici ai progetti ad gentes e, per cambiare questa realtà, non c’è altro modo che cambiare anche la struttura e la mentalità della Chiesa che invia. Un nuovo stile di missione non è più nell’ambito delle grandi opere, ma delle relazioni. La missione è sedersi, trascorrere del tempo con le persone, socializzare e prendersi cura delle vite e delle ferite dei crocifissi. Questa missione sinodale, che vive nelle periferie, abbatte i muri e oltrepassa le frontiere, apre strade fino ai confini della terra e sfida la Chiesa ad un cambiamento radicale. L’importante non sarà quello che potremo realizzare, ma la Chiesa che potremo diventare.







