Mons. Biguzzi, una missione di vita!
Pubblichiamo parte dell’intervista che mons. Giorgio Biguzzi, responsabile della comunità saveriana di San Pietro in Vincoli, ha rilasciato a Carlo Raggi e pubblicata il 22 dicembre 2019 da Il Resto del Carlino.
Aveva già conosciuto, a 8 anni, le tragedie della guerra, con il padre preso in ostaggio dai tedeschi. Mai p. Giorgio Biguzzi avrebbe pensato, cinquant’anni dopo, quando era vescovo a Makeni in Sierra Leone, di rivivere, anche sulla propria pelle, quei drammi. Per 40 anni, è rimasto in quella diocesi del piccolo stato subsahariano, dove i saveriani hanno organizzato parrocchie, scuole, ospedali. Rientrato in Italia nel 2012, è stato a Brescia e, da due anni, si trova a San Pietro in Vincoli, da dove partì missionario per il mondo.
Perché missionario?
I giovani sognano in grande. Ero in seminario a Bologna e sentivo la necessità di portare la testimonianza del vangelo a chi non lo conosce e a chi ha bisogno. Così, a 21 anni, venni qui a San Pietro in Vincoli dai saveriani a fare il noviziato.
Una vocazione giovanile…
Erano tempi duri, di guerra e povertà… I miei genitori erano contadini nel Cesenate, a Calisese. Avevo un fratello e una sorella e io volevo studiare. Quando il parroco un giorno ci chiese chi volesse andare in seminario, alzai la mano.
Poi?
Quattro anni di teologia a Parma, alla Casa Madre dei saveriani, l’ordinazione presbiterale. Nel 1962 partii per gli Usa, in nave. Arrivai a Milwaukee, dove fui incaricato di formare giovani missionari. Sono rimasto tredici anni. Dopo un breve ritorno in Italia, nel 1974 sono partito per la Sierra Leone che dal ’61 era indipendente e da soli tre anni aveva visto formarsi uno Stato repubblicano. Lì i saveriani c’erano dal 1950.
Dove eravate?
A Makeni, capoluogo della Provincia del Nord, a 100 chilometri dalla capitale Freetown. Dopo neanche un mese, cominciai a insegnare storia e religione alle superiori.
I vostri campi d’azione?
Soprattutto l’ambito sociale. Per una decina d’anni ci fu un periodo di pace e la nostra comunità promosse la costruzione di scuole, dispensari, ospedali, nuove missioni e parrocchie. A fine 1984 rientrai in Italia e fui mandato ad Ancona per preparare i novizi. Il 6 gennaio 1987, la sorpresa: papa Woytjla mi nominò vescovo di Makeni. Una diocesi grande come Emilia-Romagna e Marche insieme.
La situazione però stava cambiando…
Lo Stato si stava dissolvendo. Energia elettrica, acqua, telefono cominciarono a funzionare a singhiozzo. Le strade, senza manutenzione, diventavano impraticabili. A Pasqua 1992 cominciò da est l’azione dei guerriglieri che presto si impadronirono delle terre diamantifere. La popolazione, terrorizzata, cercava rifugio altrove, anche nelle nostre terre. Tutte le case furono aperte a chi fuggiva; solo più tardi arrivarono le Ong e i campi profughi.
Cominciava il dramma dei bambini soldato
Chi non accettava di imbracciare le armi veniva mutilato, le ragazze violentate. I bambini furono costretti a uccidere. A sessant’anni rivivevo il crimine della guerra. A Freetown, i ribelli uccisero quattro suore di Madre Teresa di Calcutta. E il 25 gennaio del 1995 sequestrarono sette suore saveriane, fisioterapiste in un centro disabili. Furono liberate dopo 56 giorni di prigionia e momenti terribili.
Cosa accadde?
Le nostre comunicazioni erano ascoltate dai servizi segreti e dalle ambasciate occidentali. Dopo le trattative, il luogo di consegna delle suore doveva restare segreto. Si trattava di cambiare frequenza senza menzionare per radio il canale. Fu così che io e suor Lucia Santarelli, cesenate, oggi in Brasile, cominciammo a parlare in dialetto romagnolo dei doveri indicati nei comandamenti. Il numero del comandamento così decriptato andava a comporre la nuova frequenza.
Fino alle trattative di pace
Eravamo convintissimi che occorresse agire per aiutare la popolazione. Anch’io fui oggetto di aggressioni… Sensibilizzai il clero locale e il Consiglio interreligioso. Convenimmo di cercare contatti per far parlare le due fazioni. E ancora una volta fu determinante l’uso della radio.
E il primo incontro?
Con noi c’erano anche funzionari Onu, molto timorosi. Incontrammo i capi dei ribelli che mi conoscevano. Consegnammo riso, loro venti bambini soldato da restituire alla vita. Seguirono altri incontri e poi arrivò la Conferenza di pace. Come vescovo, prima dell’avvio dei lavori, recitai il Padre nostro, una lingua universale. Il 7 luglio 1999 furono firmati gli accordi.
Infine la ricostruzione delle comunità
Anche l’economia. Incontrammo i capi dei villaggi, fu avviato un programma di perdono, riconciliazione e di riabilitazione dei bambini soldato. Ha funzionato! Abbiamo anche ricostruito le strutture della diocesi in gran parte distrutte, messo in piedi nuove parrocchie e scuole per 130mila studenti. Nel 2004 ha cominciato a funzionare l’Università di Makeni, che ha contatti con le Università di Milano e di altre città europee. Se saranno trovati i fondi sarà avviata anche la facoltà di medicina.







