Missione in Brasile, Primo atto
Se il passato dice tanto... - Il nuovo rettore saveriano si presenta...
Sono nato a Mestre il 25 agosto 1940. Allora mio padre lavorava alle poste di Venezia. Dopo la guerra, tornato dalla prigionia, il papà fu trasferito alle poste di Perugia. Così, in prima media sono entrato nel seminario di Perugia. A 21 anni, dopo aver fatto il primo anno di teologia ad Assisi, sono entrato tra i missionari saveriani.
Sono stato ordinato sacerdote nel 1964 e l'anno dopo sono partito per il Brasile. Qui ho trascorso quarant’anni di vita missionaria, lavorando in varie missioni e con vari incarichi, soprattutto nel campo della formazione dei seminaristi.
L'impegno a formare i giovani
La prima tappa è stata a Laranjeiras do Sul, nel Paranà, dove i saveriani avevano una parrocchia gigantesca tra i fiumi Iguaçu e Rio do Tigre, con 70 comunità e "la riserva" degli indio. C'era sempre molto da fare nelle varie comunità e nel seminario parrocchiale; inoltre, insegnavo religione nelle scuole, accupo i malati, seguivo il gruppo dei giovani. Ho anche preparato vari sussidi per i catechisti delle comunità e per le maestre delle oltre cento scuole disseminate sul territorio.
In seguito, mi sono trasferito a Jaguapità, a nord della regione, dove c’erano 47 seminaristi delle medie e del ginnasio. Lì sono stato vice rettore, professore di matematica, organizzatore del lavoro nella piantagione di caffé e animatore dei giochi. Mi occupavo anche dei ritiri spirituali con i giovani delle parrocchie vicine. Insomma, mi mancava solo il lavoro in cucina!
Poi sono andato a Curitiba, capitale del Paranà, perché ero stato nominato rettore del seminario, dove una ventina di giovani saveriani studiavano filosofia e teologia. Con altri cinque missionari, ero impegnato per la loro formazione. In periferia, c'era una comunità di settemila persone povere. Accompagnavo lì gli studenti per partecipare alle riunioni delle comunità di base. Di quei seminaristi, alcuni sono pentati sacerdoti lavorano nelle missioni in Amazzonia, in Mozambico, in Bangladesh e in Indonesia.
Grandi periferie, piccole case
Nel 1981, ho lasciato il Paranà e sono stato inviato nella periferia di San Paolo, nei quartieri dove stavano sorgendo le "Cohab", i cosiddetti complessi residenziali. Si trattava di innumerevoli casette da 16 metri quadri, oppure di palazzi con una trentina di mini appartamenti di 30 metri quadri. Tra una Cohab e l’altra, sorgevano anche grandi "favelas", abitate da famiglie disagiate.
Eravamo cinque missionari con 250mila persone, che aumentavano ogni giorno. Con me c’era anche p. Roberto Beduschi, saveriano cremonese. Abbiamo dovuto organizzare le comunità cristiane, che sono poi pentate parrocchie autonome. Visitavamo i piccoli gruppi di riflessione, organizzati nelle case; organizzavamo attività religiose nei centri comunitari; ci dedicavamo alla formazione dei laici per aiutarli nel catechismo dei ragazzi e nelle altre attività pastorali. Inoltre, dovevamo trovare i terreni e costruire le chiese, provvedere alle necessità materiali e spirituali, cercando sempre di arrivare prima delle sette protestanti o evangeliche...
Sempre a fianco della gente
Dopo due anni di "pausa", impiegati a Roma a studiare liturgia, mi sono rituffato nel Paese carioca e precisamente nel Matào do Sumaré. Qui vivevo con i seminaristi di teologia e andavo tutti i giorni al Matào, 35mila persone distribuite in nove comunità, in una periferia non urbanizzata, che anticamente era un rifugio per schiavi fuggiti, poi smantellato.
Qui mi sono unito alla gente per rivendicare i servizi essenziali: l’acqua e la luce, i trasporti e un ponte, la pulizia del torrente e le fognature. Ma c'era anche da organizzare il catechismo, i gruppi e le comunità, trovare terreni e costruire chiese.








