L’infinita vicinanza di Dio
Un tardo pomeriggio, terminata la Messa, mi si è avvicinata una donna chiedendomi di portare i Santi Oli e il Viatico ad una anziana ammalata. L’ho trovata in una casetta, distesa su un pagliericcio. Sopra la testa, tra le travi, alcune ragnatele formavano una specie di nido... Intorno al letto, un po’ di tutto: vecchi vestiti, qualche piatto, scodelle, sacchi di mais. Eppure il volto rifletteva una grande gioia nel vedere nella sua casa chi le portava la comunione. Infatti, il villaggio, che si chiama San Manuel in Messico, è un po’ lontano dalla parrocchia. Generalmente si va solo per la Messa una volta alla settimana.
Più tardi, uscito dalla piccola abitazione, mi sono accorto che mancava poco al tramonto. Volevo recuperare l’auto vicino alla chiesa, per poi tornare a casa prima che scendesse la notte. Per arrivarci, dovevo percorrere il cammino di un’ora e mezza a cavallo. Così, mi affretto a chiamare il mio mozo de estribo (ragazzo della staffa) e, secondo il caso anche chierichetto, che si era fermato a giocare a biglie con gli altri ragazzini sulla piazzetta della chiesa. Così, sleghiamo le due cavalle storne e montiamo, avviandoci verso l’uscita del villaggio per imboccare il sentiero che percorre circa tre chilometri nella piana e sale poi verso il vulcano spento, ora un lago salato. Siamo nella cordigliera vulcanica trasversale dell’Altipiano centrale messicano, costeggia il cratere e scende, infine, tra pitayos (cactus alti fino a 15 metri), mezquitales e nopales (tipo fico d’India), fino alla parrocchia, dove arriva la strada.
Il sole è rosso sul fondo dell’orizzonte ed è già mezzo nascosto dai monti della Sierra Madre Occidentale, laggiù verso Acapulco. Dopo il calore del giorno, che in questo periodo primaverile raggiunge i 40 gradi centigradi all’ombra, comincia a spirare il vento della Sierra. Siamo a 1800 metri s.l.m., con bassissima umidità, di giorno anche meno del 20%. Le cavalle, animali di brio, che dobbiamo trattenere al passo fino all’uscita dal villaggio, scalpitano, desiderose di tornare presto a casa. Appena fuori, allentata la briglia, prendono subito il galoppo tanto che facciamo fatica a trattenerle dal lanciarsi di gran carriera sulla strada bianca che, invitante, ci si apre davanti. Anch’io sono contento di tornare; la giornata ha avuto la sua fatica. Assaporo il galoppo nella sera... Stiamo attraversando la piana: a destra e a sinistra c’è qualche campo coltivato a orzo, avena, grano o mais, ma la maggior parte è terra incolta, lasciata per il pascolo del bestiame nella stagione delle piogge. Il problema qui è l’acqua.
In poco tempo, attraversiamo l’altopiano. I tre chilometri di corsa hanno domato la foga delle cavalle che cominciano la salita: con le orecchie attente, diritte, “scrutano” il cammino, vigilando per ogni possibile pericolo. D’improvviso, dopo una curva del sentiero, la mia cavalla ha uno scarto; la trattengo con la briglia dal voltarsi indietro e fuggire e la spingo avanti con un colpo di speroni: tre persone sono davanti a noi. Ma è un gruppo strano. Uno di loro porta sulle spalle una grande croce e gli altri due hanno in mano una frusta. La stranezza, però, è per chi viene da fuori. Per chi vive qui l’uomo con la croce è un “nazareno” che si sta allenando per la Via Crucis, e i due sono i suoi “aguzzini”.
Ci salutiamo e scendo da cavallo. Mi hanno sempre incuriosito questi nazarenos che rappresentano Gesù negli autos sacramentales, le sacre rappresentazioni in cui essi soffrono effettivamente: li colpiscono realmente con la frusta e poi li innalzano davvero, legati, alla croce.
“Padre, io ero tossicodipendente...”. Ha 23 anni, è riuscito ad uscire dal tunnel della droga e ha promesso a Dio di rappresentare, fin che ce la farà, la parte di Suo Figlio nella sacra rappresentazione del Venerdì Santo. Una settimana prima comincia ad “allenarsi”: a portare la croce (che peserà oltre 50 Kg) e a farsi flagellare. Dopo aver parlato un momento, ci salutiamo.
Rimonto a cavallo e riprendo, con il mio ahijado (figlioccio), il cammino, nel crepuscolo. Cerco di fare un po’ di conversazione con lui: un buon cavallerizzo-chierichetto, figlio di un amico, che mi accompagna sempre con molta dedizione. Ma dobbiamo cavalcare in fila indiana, per la strettezza del sentiero e distanziati, perché la mia cavalla ha il vizio di scalciare. Così, poco dopo, dobbiamo procedere in silenzio, attenti ad evitare le spine dei cactus. Di tanto in tanto, la puledra, che ha solo due anni e si spaventa ancora facilmente, ha un fremito o uno scarto, per uno scoiattolo o una puzzola che attraversa il cammino o per un ramo secco che le sembra un serpente. Siamo arrivati in cima alla salita e cominciamo a costeggiare il cratere vulcanico, circa 10 chilometri di diametro. Il sentiero qui passa tra alti palissandri dai fiori azzurri, bouganville dai fiori rossi e nopales che in questa stagione danno meravigliosi fiori gialli o rosso granata. Nel fondo c’è il lago salato: di giorno si vedono sulle sponde anitre selvatiche e uccelli acquatici; ora vi si vede riflessa una pallida luna d’argento. La calma della notte incipiente invita alla riflessione. E mi ritrovo a pensare ai volontari della passione.








