Le donne e la Chiesa in Congo RD
La Chiesa è per la donna di Bukavu, in Congo RD, un luogo di espressione, di espansione della sua maternità e ‘sororità’ agli spazi del quartiere, della parrocchia, della città e oltre. Nella piccola comunità di base, totalmente laicale, le donne trovano il loro spazio di espressione. Troppo vasta per riunirsi in un sol luogo (accade solo una volta al mese), la comunità si riunisce settimanalmente per categorie: giovani, ragazzi, donne, uomini, in una casa, un cortile, un piccolo edificio costruito insieme.
Lì, la vita quotidiana, le domande, le risposte, le inquietudini trovano la loro espressione. Se l’animatrice non assume un ruolo magistrale ma sa favorire la parola, il vissuto delle donne nel quotidiano appare e anche la capacità di consigliarsi mutuamente alla luce del Vangelo. Nella comunità c’è spazio anche per chi è ordinariamente sopra le righe: la si conosce, la si accoglie, la si “porta” insieme, più che sopportarla.
Nella comunità di base le donne giungono al mattino presto, alle 6.30, e chi con un po’ di ritardo. Se l’animatrice non c’è, chiunque può cominciare la preghiera, proporre le letture della domenica precedente e avviare la condivisione.
La Parola tocca la vita, rivela, interroga, invita, fa sorgere domande... Lo scambio in genere è vivace e ciascuna apporta non pagine di libri letti, ma esempi tratti dalla vita quotidiana. Appaiono a volte storie di grande generosità, come l’accoglienza in casa di persone senza tetto. Quando lo scambio si esaurisce, una preghiera lo conclude e circola il sacchetto che raccoglie le offerte. Serviranno per i diversi bisogni della comunità: farsi presenti a un matrimonio, a un lutto, soccorrere un malato, un povero…
Ci si informa poi sulle notizie del quartiere. Se ci sono malati, bimbi appena nati, persone che hanno perso i loro cari… Chi si è incaricata di andare a trovare l’una o l’altra persona, a vedere perché una donna non si vede più, informa la comunità. Non di rado arrivano all’incontro persone nuove, che si presentano. A volte sono cristiane da poco trasferite nel quartiere, a volte persone di altre fedi che vogliono avvicinarsi alla chiesa cattolica. L’accoglienza è calorosa.
A turno, con le altre comunità (sono dodici nella parrocchia), arriva la domenica del “cigushé”. Alla prima Messa, alcuni membri della comunità - donne, uomini, giovani, bambini - portano all’altare il cibo che solleverà i poveri durante la settimana. Sono spesso sacchi e sacchi di riso, farina, fagioli, sapone, olio…
Gli incaricati di Caritas divideranno poi secondo le comunità e il numero dei poveri di ciascuna. Ogni comunità riceverà la parte da dare ai suoi poveri, soprattutto anziani rimasti soli.
Viene anche il turno dell’apostolato. Le mamme suddivise in sottogruppi - incaricati del riso, della carne, dei fagioli… - provvedono ad acquistare e preparare al pomeriggio il cibo che all’indomani mattina, con alcune grandi pentole, porteranno ai malati all’ospedale per darne un piatto a ciascuno. L’ospedale infatti non dà cibo ai malati.
Alcune donne sono catechiste in parrocchia, incaricate della liturgia, lettrici… Dare la comunione… non ancora. Lo dico alle giovani a scuola: amiamo la Chiesa anche con le sue lentezze, senza trarre dai suoi ritardi motivo di meno autostima. Abbiamo la pazienza dell’attesa. Noi donne ne sappiamo qualcosa per costituzione.







