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In questo periodo bresciano, il valore che mi ha accompagnato è stato la cultura dell’incontro. Ho vissuto con i confratelli, ho ascoltato la loro storia, esperienze e il loro impegno dichiarato per la missione. In questa lunghezza d’onda, s’inserisce l’arte di comunicare. L’incontro diventa vita solo quando si comunica e si mette in comune qualcosa con qualcuno. Ma ciò avviene quando l’altro percepisce di essere ascoltato. Bisogna smettere di parlare, per aprire le orecchie all’ascolto. Ogni relazione interpersonale si realizza attraverso uno scambio di parole, gesti e segni. Tale scambio fa scoprire la positività che ogni persona possiede.

L’incontro deve fare i conti con la conoscenza di sé che comincia dall’analisi della propria vita passata, mettendo in luce i propri bisogni e ferite. Integrarle non è eliminarle, ma gestirle in modo positivo, in vista di una crescita umana e affettiva. Sono questi i segni di maturità affettiva: fare spazio alla riflessione, sapere accettare la critica, avere rapporti di amicizia, essere onesti con se stessi, avere un senso di appartenenza e infine avere Dio vicino. Il rischio è proprio quello di abbandonare il progetto dell’incontro per abbracciare quello dell’autoreferenzialità, diventando persona chiusa nella propria individualità. Questa dimensione distrugge il rapporto con l’altro, che diventa superfluo. L’altro non mi serve, mi basto da solo!

La relazione è qualcosa di assolutamente centrale e sostanziale per l’identità dell’uomo. Siamo coscienti che egli è fatto per la relazione e che la qualità del suo vivere è legata alla qualità del suo relazionarsi. Ma per noi consacrati deve essere sempre l’ideale a illuminare la nostra relazione. La santità comunitaria diventa luogo dove riparte una missione sempre nuova per annunciare ai fratelli il Dio della relazione. Dove due amici si incontrano, Dio si fa presente come terzo: la strada di Emmaus. Vorrei che, oggi, tutti ci domandassimo: siamo ancora una famiglia capace di riscaldare il cuore? Una famiglia capace di attrarre e di ricondurre a Gerusalemme? In definitiva capace di riaccompagnare ciascuno di noi a casa?

Casa comune ed Emmaus, due luoghi e due icone che descrivono il movimento del cuore dell’uomo, un cuore ancora schiavo di tante paure, spaventato dalla vita reale e dalle tragedie del momento come i due discepoli di Emmaus. Liberarci dalle nostre paure è la scelta radicale nella quale si decide l’impostazione fondamentale della vita, perché solo così non saremo mai più soli e ci sentiremo sempre e ovunque a casa nostra.
Da qui nasce la missione affidata alla comunità come luogo per una presenza feconda, capace di fare nascere un progetto comunitario dove si programma, si lavora e si verifica insieme. È meglio preferire quindi le cose comuni alle personali, perché l’ideale cristiano non è realizzare se stessi, ma diventare fratello nell’accoglienza, nel dialogo e nell’incontro.



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