La missione è un’avventura d’amore con Gesù al centro
Missione fa rima con passione e trova la sua formulazione espressiva nel grido di San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: “Caritas Christi urget nos” (2 Cor. 5,16), che fu poi l’anima dell’audace progetto per la missione del nostro Fondatore San Guido Maria Conforti. Il nome missione trova oggi spazio soprattutto nelle tavole rotonde delle discussioni teologiche, ma la spinta missionaria, intesa da San Paolo e fatta propria dal Fondatore, si è molto affievolita, se non addirittura spenta.
Era proprio la passione per il Cristo e per il suo messaggio di salvezza che ti teneva inchiodato sulla riva del fiume Kopotokko in balia delle intemperie e dei cicloni per 12 anni senza corrente, senza telefono e senza mass media. Sarà retorica, ma per me si tratta invece della storia di un’avventura d’amore, al cui centro c’era LUI, che ti sosteneva e di cui avvertivi la presenza. Ma i tempi sono cambiati. Ai nostri giorni, poi, le novità si susseguono ad un ritmo impressionante. È ancora avvertibile il grido di San Paolo? È anche quanto ci viene chiesto in questa fase preparatoria del Capitolo Generale.
La chiamata alla missione, sul sentiero di Abramo, è innanzitutto un’uscita dalla propria terra, in senso geografico (il Paese di nascita e formazione) e metaforico (pensieri, idee e convinzioni). Il primo esodo fa soffrire all’inizio, ma è una sofferenza che viene subito assorbita e rimane un ricordo isolato e nostalgico. Il secondo non finisce mai e ci accompagna in tutto il tragitto della vita. E se al primo esodo non si lega il secondo, la missione va incontro al fallimento. L’uscita dal nostro io ci permette di entrare in punta di piedi nel paese (ad extra) in cui siamo chiamati a rendere presente la missione di Gesù, senza la presunzione di insegnare, ma con la precisa coscienza che imparare la lingua del popolo, conoscerne storia, cultura e tradizioni sono l’ABC della missione.
Una volta, all’orizzonte della chiamata alla missione c’erano i popoli che non conoscevano Gesù (ad gentes). Da qui nasceva l’urgenza della partenza per la realizzazione della missione. Oggi, l’orizzonte si è accorciato. I popoli dell’ad gentes si trovano a casa nostra. Il fenomeno dell’emigrazione di massa, in questi ultimi decenni, ha sconvolto i parametri del modo di pensare e di agire nel mondo occidentale, coinvolgendo anche la Chiesa e la sua missione. Ma, come missionari ad gentes, la nostra posizione dovrebbe essere chiara e netta. Il problema riguarda la Chiesa locale che, come è stato affermato dal Concilio Vaticano II, di sua natura è missionaria. Noi saveriani dobbiamo conservare intatta l’identità del carisma ad gentes, che richiede l’uscita dalla propria terra e dalla propria cultura.
L’ultimo respiro è per la missione! Per noi saveriani la vita consacrata è scandita, oltre che dai voti di povertà, obbedienza e castità, anche dal quarto voto della missione (ad vitam). Si corre quando si è giovani, affrontando con entusiasmo situazioni spesso difficili, con il rischio anche di sbagliare. La corsa rallenta con l’età matura, quando si guarda alla realtà con disincanto. Subentra la quarta fase, che è quella che mi riguarda. Si vorrebbe correre come una volta, ripercorrere le strade fangose nella stagione delle piogge e polverose nella stagione asciutta, riprendere in mano quello che era nel sogno di realizzare e non è stato fatto, ma l’età non lo permette! Allora, ci si rende conto di essere entrati nella fase finale della missione, che trova il suo apice nella kenosis, nel graduale scomparire per l’invocazione finale: Maranatha, Vieni, Signore Gesù.







