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L'ultimo racconto di P. Natalino Tomasi

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Ora guarda dal cielo la sua missione di Kitutu

Due guerre, in meno di tre anni, hanno impoverito terribilmente la popolazione del Sud Kivu che sta soffrendo fisicamente e moralmente. Anche la Chiesa ha subito perdite considerevoli soprattutto di personale. Il numero degli operatori evangelici diminuito. Tante parrocchie sono state saccheggiate.

Per riconciliare i cuori e per ricostruire ciò che è stato demolito ci vorrà tanto coraggio e soprattutto tanta fede.

Kitutu è un villaggio, situato nella zona dell'Urega, in piena foresta, dista 220 Km da Bukavu. A causa di una strada "impossibile", ponti rotti e buche profonde, è difficilmente accessibile, specie durante la stagione delle piogge. Camionisti e motociclisti rischiano di passare delle notti per strada. Venendo da Bukavu, ho percorso gli ultimi 45 Km su una motocicletta ammirando la straordinaria abilità del motociclista che cercava di tenersi in equilibrio e metteva spesso i piedi per terra per non scivolare o per spingere la moto dopo essersi immerso nel fango.

Al mio arrivo, Kitutu era ancora un'oasi di pace, anche se i primi segni di inquietudine cominciavano a manifestarsi tra la gente che aveva appreso la notizia dell'attacco dei ribelli e della penetrazione delle truppe straniere in suolo zairese. L'arrivo poi dei primi profughi confermava la gravità del momento. Non tardano infatti ad arrivare anche le prime pattuglie di militari dell'armata zairese in fuga dalla città. Con loro c'erano pure alcune bande armate composte dalle milizie e ex-Far (Forze Armate Ruandesi). Venivano da Kamituga portando con loro come ostaggi alcuni agenti della societ mineraria. Erano gli stessi che nei campi profughi tenevano ostaggi i rifugiati.

Al loro avvicinarsi alla missione di Kitutu, i capi comunità ci consigliarono di allontanarci temporaneamente dalla missione e nasconderci in foresta. Così nel cuore della notte, quando tutti ancora dormivano, ne approfittiamo per allontanarci. Passiamo attraverso sentieri tortuosi e bui, guidati dalla luce di una torca che illumina il cammino. Incontriamo diversi cristiani, ci salutano, sono sorpresi, non sanno ancora che cosa sta veramente succedendo.

La nostra marcia fu improvvisamente interrotta dallo spuntare di alcuni guerriglieri. "Vengono a cercarvi", gridano alcuni cristiani. Si affrettano a prenderci per un braccio e dopo una corsa di quasi un'ora ci nascondono nella casa di un cristiano, ove rimaniamo per il resto della giornata. L'indomani riprendiamo il cammino ed arriviamo alla missione di Kamituga, ove apprendiamo la notizia che la missione di Kitutu è già stata saccheggiata dai guerriglieri hutu. Anche il guardiano della casa delle suore è stato ammazzato. Tutta la gente è scappata in foresta.

Passata la burrasca, facciamo ritorno a Kitutu. Mancano pochi giorni al Natale. Cerchiamo di ricuperare il "tempo perduto" nei giorni di fuga e di "esilio" per preparare le comunità cristiane alla venuta di Gesù, venuto a portare la pace. Nel frattempo le truppe di "liberazione" avanzano verso l'interno del paese: occupano le città di Kindu (la città nella quale l'indomani dell'indipendenza del Congo, 13 piloti italiani sono stati trucidati). Quasi ovunque sono accolti come liberatori. La popolazione è stanca della dittatura, di tanta oppressione, aspira alla libertà, al rispetto della persona, ad una pi grande giustizia nella distribuzione delle ricchezze del paese.

Il 17 maggio, le truppe di "liberazione" entrano a Kinshasa. Kabila è portato in trionfo e viene installato Presidente della vasta e ricca nazione della regione dei Grandi Laghi che prende il nome di Repubblica Democratica del Congo. In questa prima guerra, tanti hanno sofferto, ma più di tutti hanno sofferto i rifugiati hutu venuti dal Ruanda dopo il genocidio dell'aprile del 1994. Erano quasi un milione e mezzo distribuiti nei vari campi del Sud Kivu, Lungo la frontiera del Ruanda. Uno degli obiettivi della guerra era lo smantellamento di questi centri profughi considerati come un pericolo per il nuovo governo di Kigali. Molti rientrarono in massa in Ruanda allo scoppiare del conflitto, decine e decine di migliaia perirono sotto l'infuriare dei cannoni e delle mitragliatrici, o abbattuti da lance e colpi di machete. Altri sono morti di malattia e di fame. I sopravvissuti hanno percorso l'intero paese per nascondersi e fuggire l'avanzata del nemico.

Tra le due guerre (maggio '97 - fine luglio '98), si respira un periodo di "pace".

Rinasce nei cuori la speranza di un futuro migliore, di una democrazia che rispetti la persona, di un progressivo sviluppo del paese, di una maggiore sicurezza e benessere per tutti. Ma i segni di speranza svaniscono. Pochi sono i cambiamenti significativi. C'è il timore di una nuova dittatura. Ben presto alla speranza subentra la delusione. Improvvisamente, c'è l'attacco su Gome e Bukavu: segna l'inizio di una nuova guerra, la guerra di "occupazione". Le truppe ugandesi e ruandesi hanno occupato i capoluoghi del Nord e Sud Kivu. Il loro obiettivo è Kinshasa. Il nemico da abbattere è Kabila, il nuovo "dittatore" che non ha mantenuto le promesse, ha deluso la gente, non ha saputo disarmare le milizie ruandesi.

A Kitutu si ripete il medesimo scenario della prima guerra: arrivo dei militari congolesi che abbandonano in fretta Bukavu. Nuovi saccheggi. La gente presa dal panico scappa in foresta. Seguono le truppe ruandesi che assicurano: "Siamo venuti per liberarvi. Vogliamo ristabilire un ordine più democratico". Con l'allontanarsi dei ribelli, il villaggio è diventato il quartiere generale delle forze della resistenza: un miscuglio di mai-mai, milizie, ex-Fax e volontari che si sono arruolati per difendere il paese dagli aggressori. "Rappresentiamo il governo legittimo" dicono con fierezza. "Vogliamo scacciare gli invasori".

Però mancano di logistica, armi, munizioni. Sono senza cibo e medicine. Obbligano la popolazione a mantenerli. Rubano capre e galline alla povera gente. Chiedono con violenza soldi ai commercianti. Pena la morte. Molti fanno parte del movimento dei mai-mai. Sono stati iniziati con un rito magico. Sono immuni alle pallottole. Non muoiono. Basta gridare "mai-mai" ed osservare certe regole. Vengono a chiedere l'acqua alla missione, perchè non possono nè bere, nè lavarsi con l'acqua che il Buon Dio manda abbondante dal cielo durante questa stagione delle piogge. Tra di loro vi sono anche dei ragazzini dai 9 ai 15 anni, ai quali hanno insegnato ad uccidere.

In questo conflitto, la Chiesa non è stata risparmiata, anzi stata particolarmente colpita.

Una dopo l'altra intere parrocchie si sono svuotate, residenze e centri sanità saccheggiati, sacerdoti e suore fatti ostaggi, accusati e deportati, costretti a percorrere a piedi centinaia di chilometri per ritrovare libertà. Siamo testimoni scomodi di quanto sta succedendo.

Mentre scrivo queste righe, a Lusaka in Zambia è stato firmato un fragile accordo di "cessate il fuoco" tra i belligeranti. Alcuni movimenti ribelli si sono rifiutati di farlo. L'avvenire rimane incerto e la guerra potrebbe durare ancora a lungo.

Fino a quando durerà il calvario di tanta gente e della Chiesa? Quando termineranno i massacri e le rappresaglie?

Quando ci sarà una pace giusta e duratura in questa vasta e ricca regione dell'Africa Centrale? E' questo il grido che s'innalza dalle labbra di tante vittime innocenti.

  • p. Natalino Tomasi, sx.


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