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Kita era un giovane cacciatore, generoso e fortunato: ogni volta che metteva una trappola, riusciva a prendere qualcosa. Un giorno trovò nella trappola un grosso topo. "Se mi lasci andare - lo supplicò il topone - un giorno saprò ricompensarti". Kita, che aveva un cuore buono, lo lasciò andare.

Il giorno dopo, nella trappola trovò un ulongo, un uccello che ha l'abitudine di strappare e gettare a terra tutti i frutti delle piante che trova nella foresta. "Se mi lasci libero - disse a Kita - un giorno ti ricompenserò".

Kita, che aveva un cuore buono, lo lasciò volare via.

Un altro giorno, nella trappola si era impigliata addirittura la pioggia. Anche la pioggia lo pregò di lasciarla andare.  Kita si ricordò che una volta la pioggia aveva inondato il suo villaggio ma, siccome aveva un cuore buono, la lasciò tornare sulle nubi.

La volta dopo, nella trappola era finita una zanzara tigre. "Tu meriteresti di essere uccisa", pensò Kita tra sé e sé. "Oh, lasciami andare - gli ronzò all'orecchio la zanzara - vedrai che saprò ricompensarti". Kita, che aveva un cuore buono, si lasciò intenerire e la lasciò volar via.

Al quinto tentativo, nella trappola era finito un fulmine che, infuriato, si contorceva come una serpe.

"Lasciami andare - disse il fulmine - ti ricompenserò". Kita che aveva un cuore buono, lo lasciò schizzare via con un grande fracasso.

Il sesto giorno, nella trappola era finita una bellissima ragazza. "Se mi lasci in vita - gli disse la ragazza piangendo - diventerò tua moglie". Kita tornò al villaggio con la ragazza e si fece gran festa nel giorno del matrimonio, e i due vissero felici e contenti.

Ma le donne del villaggio, invidiose della sua bellezza, cominciarono a criticare e a sparlare della giovane moglie di Kita. Questa, stanca dei loro pettegolezzi, un giorno abbandonò la casa e tornò nel proprio villaggio. Kita, che non voleva perderla, partì per andare a cercarla e dopo giorni e giorni di cammino giunse al suo villaggio. Qui le ragazze, tutte bellissime, erano anche perfettamente uguali. Quella che Kita cercava era la figlia del capo villaggio, ma come fare per riconoscerla?

Il capo villaggio gli disse: "Se per domani mattina sei capace di abbattere e ridurre in cenere questa grande pianta, mia figlia sarà tua", e gli diede un piccolo coltello. "Come farò? È un'impresa impossibile!", si disse. Ma sentì una voce forte e scoppiettante: "Non disperarti, ci sono qui io. Un giorno tu sei stato buono con me e ora io posso ricompensarti". Era la voce del fulmine. Questi, immediatamente, colpì il grande albero e lo incendiò. Kita sentì poi un'altra voce: "Tu mi hai aiutato e io ora ti ricompenserò". Era la pioggia che subito spense il fuoco e si lasciò dietro un mucchio di cenere, proprio come voleva il capo.

Il capo, non riusciva a credere ai propri occhi e si affrettò a chiedere a Kita un'altra prova. Gli indicò un grande albero, carico di frutti. "Per domani mattina, devi buttare a terra tutti quei frutti, senza rompere neanche un rametto", gli disse. Kita era avvilito e pensava di non riuscirci, ma gli volò vicino l'ulongo, che con voce gracchiante gli disse: "Non disperare. Un giorno tu mi hai salvato, ora tocca a me aiutarti. A buttare giù i frutti ci penso io". E si mise immediatamente al lavoro.

La mattina dopo, il capo trovò che il giovane aveva superato anche questa prova, ma gli impose un terzo esame. "Entro tre ore devi mangiare tutto questo cibo" e lo chiuse in una capanna. Per mangiare tutto quel cibo ci sarebbe voluto un esercito, ma in quel momento da sotto la porta entrò un topone che gli disse: "Tranquillo, Kita, amico mio. Lascia fare a me!". Cominciò a trasportare tutto quel cibo nelle buche che aveva scavato sotto terra e poi ricoprì tutto. In men che non si dica, anche la terza prova fu superata.

Il capo villaggio non si diede per vinto. "Domani - disse - ti metterò alla prova per l'ultima volta. Metterò in fila davanti a te tutte le ragazze del villaggio. Se saprai riconoscere tua moglie potrai riprendertela, altrimenti ti ucciderò". La mattina dopo, una lunga fila di ragazze era allineata davanti alla capanna del capo. "Ahimè, come farò a riconoscere la mia? Queste ragazze sono tutte uguali!", pensò Kita. Quand'ecco una zanzara gli volò vicino all'orecchio e, mentre Kita passava davanti alle ragazze con un ronzio gli sussurrò: "Eccola, è questa!". Kita alzò la mano e indicò sua moglie. Un grido di stupore si levò dai presenti. Il capo si dichiarò vinto e consegnò sua figlia al giovane cacciatore dal cuore buono.

Kita fece ritorno al suo villaggio con una montagna di doni e si fece una grandissima festa.

(da “Favole dall'Africa”, di L. Ballarin, Emi, Bologna 2001, p. 70-73)


Le favole sono fatte per riflettere:

  • Che senso ha per te questa favola? Cosa s’impara?
  • Che giudizio dai di Kita, il giovane dal “cuore buono”?
  • Vale la pena, nel nostro mondo, avere un “cuore buono”? Perché?


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