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Indonesia, tra sogno e realtà

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Il paradiso terrestre è in grave crisi

Su uno dei tanti siti di pubblicità leggo questa descrizione: “Indonesia: una parola sola che abbraccia oltre 18.000 isole, 6.000 delle quali abitate. Un puzzle di popoli, linguaggi, culture, religioni, difficile da distinguere e riconoscere. Ma Indonesia vuol dire di più. Vuol dire una natura tropico-equatoriale dalla bellezza clamorosa e forte, che alterna mari blu e vulcani suggestivi, foreste e spiagge dorate, laghi e risaie.

Ogni isola di questo mondo frammentato è diversa dalle altre, ha le sue genti e i suoi panorami, le sue case e i suoi colori, le sue tradizioni e i suoi costumi. Giava e Sulawesi, Sumatra e Bali, Lombok e Sumbawa... e tutte le altre in una girandola di contrasti”.

Tanti popoli, una sola nazione

Condivido questa bella descrizione. Invita a fantasticare un mondo meraviglioso. Davvero il suo Artefice si è, per un momento, sbizzarrito a giocare e a dipingere i tratti della sua infinita bellezza. Ma nella realtà questo sogno finisce in un triste risveglio.

L’Indonesia è anche un groviglio di problematiche, paradossalmente in contrasto con la sua bellezza naturale e con la varietà della sua ricca tradizione. Il progetto di fare di tanti popoli una sola nazione è stato orgogliosamente avviato nel 1945, con l’indipendenza.

La prima carta costituzionale mette in risalto la sottomissione a un solo Dio. La convivenza pacifica delle molteplici culture e l’uso di una lingua nazionale hanno inciso positivamente sulla nascita di una grande nazione, che oggi ha una popolazione superiore ai 220 milioni di abitanti.

Ma la lunga dittatura, rimasta al potere per oltre trent’anni, ha compromesso la realizzazione piena di quel progetto.

L’uomo provvidenziale

La grande crisi sociale, politica ed economica che raggiunse il suo momento più critico negli anni 1998 e 1999, fu arginata con le dimissioni di Suharto e con l’avvento del primo presidente indonesiano eletto in modo democratico, nell’anno 2000.

Wahid, eletto presidente nonostante fosse quasi cieco, era il leader del più grande gruppo musulmano moderato indonesiano. Uomo di cultura, stimato per le sue idee politiche e religiose, sostenitore convinto delle minoranze, egli fu l’uomo provvidenziale del momento.

Contribuì a rappacificare gli animi e ad avviare un sistema democratico. È suo il merito di aver ridimensionato il potere dei militari; di aver denunciato la corruzione, il favoritismo e il nepotismo, di aver avvicinato la figura del presidente al suo popolo.

Wahid era un uomo con una grande capacità comunicativa ed esprimeva liberamente le sue opinioni di fronte alla nazione musulmana. Non era un diplomatico e forse era troppo onesto per governare. Non tardarono ad arrivare le critiche di chi, sentendosi smascherato, cercò di vendicarsi.

L’interesse della gente

Wahid stesso aveva scelto la signora Megawati, capo carismatico del partito di maggioranza, come suo vice presidente, anche per prepararla ad un eventuale futuro incarico da presidente.

Ma la Megawati non volle pazientare e, con il sostegno del mondo politico e militare, divenne presidente senza elezioni. Pagando con promesse e favori i suoi sostenitori, formò un governo debole, in balia di coloro il cui sogno era di riportare il sistema di governo al passato.

Ora c’è un clima di confusione ed è umanamente difficile prevedere un prossimo ritorno alla normalità con la partecipazione attiva e congiunta della popolazione, che sembra quasi rassegnata. Alle elezioni presidenziali è risultato vincitore l’ex generale Yudhoyono che andrà al ballottaggio con la signora Megawati.

Vogliamo sperare che la preoccupazione dei nuovi eletti si concentri sull’interesse della gente e non su quelli personali.



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