In tasca un foglio e una matita
Un giorno, sono stato chiamato nella comunità di Amaxac, sulla costa del golfo del Messico, per assistere un indigeno in punto di morte. Gli indigeni di quella zona si assomigliano tutti: hanno occhi a mandorla, capelli lisci, facce imberbi. Quasi tutta la popolazione parlava l’idioma “Nahuatl”, una lingua simile a quella della cultura maya del sud del Messico e meno antica rispetto a quella parlata sull’altopiano della Città del Messico.
Un muro lessicale!
Sono arrivato in una capanna di paglia e fango. Il malato era steso sul pavimento, sopra una stuoia. Non capivo se mi chiedesse la confessione. Dopo qualche inutile tentativo, l’ho invitato a recitare con me il “Padre nostro” e l’Ave Maria in spagnolo, perché, a quel tempo, credevo ancora che per parlare con la gente indigena bastasse esprimersi in spagnolo.
Alla fine di quell’incontro, invece di lanciare un ponte, s’era alzato un muro tra quel poveraccio, sempre più confuso, e me, che non riuscivo a fargli recitare le preghiere. Provai scompiglio dentro di me.
Pensavo: “E, se al posto di quel povero indigeno, fossi stato io a morire, senza pregare nella mia lingua?”.
I catechisti erano contenti
I giorni passavano e quell’episodio lavorava dentro di me con la forza del seme che spinge fino a spaccare la terra. Mi chiedevo cosa potesse capire la gente dei villaggi quando ascoltava la Messa… in spagnolo. I catechisti mi dicevano che il nahuatl non si poteva scrivere e nemmeno leggere, perché loro non avevano mai letto prima parole fatte di vocali e consonanti. Di fatto, la popolazione nahuatl era stata educata a imparare la fede contemplando le pitture e i disegni, piuttosto che leggendo parole…
Mi sono messo a cercare un quaderno bilingue, di quelli che i maestri delle elementari usano per insegnare lo spagnolo ai bambini di lingua nauhatl. P. Carlo Mongardi mi ha guidato a un altro passo importante, quando ha deciso di andare a confrontarsi con un prete, probabilmente l’unico in tutta la diocesi che conoscesse la struttura della lingua nahuatl.
P. Carlo mi mostrava come si formano le frasi in nahuatl. Ho scoperto anche che due dei muratori della missione conoscevano lo spagnolo e anche alcune ragazze. Con loro ho cominciato a tradurre con regolarità il vangelo della domenica dallo spagnolo. I catechisti furono i primi a mostrarsi gioiosi e contenti della novità introdotta.
Il Nuovo Testamento in lingua nahuatl
Dicono che, camminando, si apre il cammino. Avevo anche l’abitudine di portare sempre in tasca un foglio e una matita, per scrivere le parole nuove che sentivo; soprattutto parole simili, per imparare a distinguere le une dalle altre. Le variazioni idiomatiche suscitavano in me la medesima sensazione forte che si prova entrando in un grande museo vivente. Pian piano il mondo indigeno mi apriva la porta al vero Messico, il Messico profondo!
Così, ho cominciato a sognare di tradurre tutto il Nuovo Testamento in Nahuatl. Ancora una volta p. Carlo mi diede un aiuto importante, lui che conosceva meglio di me il greco, la lingua in cui sono stati scritti la maggior parte dei libri del Nuovo Testamento. Ma sono riconoscente anche a p. Angelo Milan, missionario in cima ad una montagna che si raggiungeva solo a cavallo. Egli ha completato l’opera di traduzione fornendomi il metodo di scrittura seguito dai primi missionari.
A Santa Cruz, il vangelo è parlato con le parole della vita e del cuore!







